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Italia-Germania, la sfida infinita




(foto fonte web)

(foto fonte web)

Ottavo incontro in un torneo per nazioni: si scontrano le protagoniste della “Partita del Secolo”.

“Il calcio è uno sport semplice: si gioca undici contro undici e alla fine vincono i tedeschi”. Gary Lineker è un ex-calciatore inglese, con 80 presenze e 48 gol in nazionale. Inglese, appunto: fosse stato italiano non avrebbe trattato i tedeschi con tanto riguardo. Nei sette precedenti tra Italia e Germania infatti si contano quattro pareggi e tre vittorie azzurre; quando vedono blu i teutonici si sciolgono.

Qui Germania. Come spesso è accaduto la Germania si presenta alla vigilia con i favori del pronostico: il cammino della squadra di Loew è stato sensazionale, con quattro vittorie consecutive e soprattutto una serie di prestazioni di alto livello. Sintomatico il quarto di finale con la Grecia: un possesso palla devastante, occasioni in serie e la forza mentale non indifferente di reagire al pareggio ellenico.

Molte squadre, dopo aver dominato in lungo e in largo, si sarebbero disunite dopo il gol subito.Non la Germania, che in mezz’ora di gioco ha rifilato altri tre gol alla Grecia, pur con tre attaccanti titolari su quattro in panchina.

I tedeschi si presentano con la formazione titolare: Neuer in porta, Boateng, Hummels, Badstuber e Lahm in difesa, Schweinsteiger e Khedira a centrocampo, Muller, Ozil e Podolski dietro l’unica punta Gomez.

Qui Italia. Gli azzurri arrivano alla partita stanchi, ma sulle ali dell’entusiasmo. In pochi avrebbero scommesso sull’approdo alle semifinali dopo il mezzo passo falso con la Croazia, e invece l’Italia ci arriva dopo una delle più belle prestazioni di sempre, il quarto di finale con l’Inghilterra.



Il cucchiaio di Pirlo è immagine e sostanza di questa nazionale, capace di unire a un bagaglio tecnico di prima fascia il carattere di una squadra porta sulla maglia le stelle di quattro mondiali vinti. La Francia vinse l’Europeo grazie a Zidane e Henry, la Spagna ha dominato i Mondiali grazie a una delle nazionali più forti di sempre, con i vari Xavi, Fabregas, Iniesta e Torres.

All’Italia invece non servono i campioni: la storia ci ha insegnato che Grosso può essere più decisivo di Messi, e la nazionale di Prandelli sembra piena di “Grosso” in erba.

Diamanti arriva al primo torneo importante a 30 anni, Balzaretti ha solo 4 presenze in Champions League, Montolivo è capitano di una squadra che si è salvata solo a poche giornate dalla fine della serie A: tutti e tre potrebbero partire titolari, l’erede del Fabio nazionale potrebbe essere tra loro.

Tattica. I supplementari e i due giorni di riposo in meno si faranno sentire: impossibile pensare che la squadra di Prandelli possa ripetere la prestazione fatta con l’Inghilterra. La Germania inoltre è un avversario di livello ben superiore; il 70% di possesso palla fatto nei quarti di finale non è solo frutto della pochezza della Grecia.

Tornano in mente le parole di un guru del giornalismo sportivo, Gianni Brera, che negli anni ’70 spiegava come l’unico modo di battere i tedeschi fosse il contropiede: la Germania, storicamente uscita in migliori condizioni dalla seconda guerra mondiale, poteva contare su una generazione sana e robusta, fisicamente superiore a quella italiana, segnata dai morsi della fame e dalle condizioni critiche seguite alla grande guerra.

Ecco perché, sul piano delle corsa, non ci sarebbe stata partita: difesa e contropiede, solo così avremmo potuto battere i tedeschi. Il paragone con la partita di oggi calza a pennello: non ci sono guerre mondiali da quasi settant’anni, ma come sottolineato in apertura i tedeschi hanno nelle gambe due giorni di riposo in più e lo stress dei rigori in meno.

Ecco perché anche in questa occasione il contropiede potrebbe essere l’arma giusta; i giocatori per supportare questo tipo di gioco non mancano, considerando i lanci di Pirlo e la velocità di molti attaccanti in rosa, Giovinco e Di Natale in primis. Prandelli troverà il coraggio di cambiare ancora? Se leggerà i segnali e ascolterà il gruppo, forse sì. Perché proprio questa è la nostra forza: il gruppo.

di Nicola Guarneri

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