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Mara Calisti, il delitto perfetto di un assassino senza volto


(foto fonte web)

(foto fonte web)

Sulla scena del crimine.

Oggi vi vogliamo raccontare la storia di un omicidio che a distanza di 19 anni rappresenta ancora un rompicapo senza apparente soluzione, in cui la logica a tratti cede al surreale.

Lo scenario di questo inspiegabile delitto è Todi, una piccola cittadina in provincia di Perugia di circa 20.000 abitanti. La vittima è Mara Calisti, una giovane donna di 36 anni. Mara nasce il 15 giugno 1957, frequenta il Liceo Classico e poi la facoltà di Giurisprudenza, ma solo per qualche anno, preferendo piuttosto dedicarsi all’impegno politico e alla passione per la montagna.

Lavora come segretaria presso uno studio legale e arrotonda con un secondo lavoro in un’impresa di pulizie. È descritta come una donna con una vita apparentemente normale, amante della montagna e del canto. Tutto accade nella notte a cavallo tra il 14 e il 15 luglio 1993. Mara è colpita mortalmente con un oggetto mai identificato, all’interno della propria camera sita in Via Cortesi, condiviso con i familiari.

Alcuni giorni prima, la sua famiglia si trasferisce in un piccolo paese di campagna nei dintorni, ma la giovane donna decide di continuare a vivere nel vecchio appartamento; quella tragica notte il padre rimane da lei in quanto il giorno dopo dovrà incontrare un commercialista.

Questa circostanza consentirà a Mario Calisti di rivestire la figura di testimone diretto dell’omicidio in quanto la donna, entrando nella stanza di quest’ultimo, ha solo il tempo di pronunciare le parole “guarda papà cosa mi hanno fatto”, ormai colpita e prossima ad abbandonarsi esanime sul pavimento innanzi l’uscio della camera da letto paterna.

Chi è l’assassino?

Dalla relazione medico legale è possibile ascrivere la causa della morte alla recisione dell’aorta derivata da quell’unico colpo ricevuto al petto. La ferita è di forma triangolare, all’altezza della quarta costola, profonda circa otto centimetri. Il colpo è vibrato dal basso verso alto, quasi tangente al corpo. Il punto in questione non è tipico di un atto omicidiario. Si potrebbe ipotizzare un delitto d’impeto, scatenato ad esempio da un momento di collera incontrollabile. Nessun rapporto sessuale è accertato essere avvenuto pre mortem.

Nella ricostruzione della scena del crimine, elemento degno di analisi è l’unica striscia di sangue, molto particolare, che collega la camera di Mara alla camera del padre. Mara non è stata colpita a letto ed è stata lei ad accendere la luce in camera del padre, per svegliarlo. Infatti l’interruttore è sporco del sangue della donna. I carabinieri non trovano alcun segno di effrazione né alla porta d’ingresso né alle finestre dell’appartamento, che è al quarto piano. L’assassino doveva essere già dentro casa.

Il padre però prima di andare a dormire non ha fatto entrare alcuno e sostiene non ci fossero altre persone in casa, a parte una vicina che era andata via poco dopo il suo rientro in camera. Si potrebbe dunque supporre che Mara abbia fatto entrare il suo omicida? Possiamo supporre che l’assassino conoscesse bene Mara perché la donna indossava esclusivamente il reggiseno e le mutandine al momento del ritrovamento.

Non solo, l’assassino probabilmente aveva ottima conoscenza anche dell’appartamento perché il condominio ha un portone molto pesante, con una molla molto veloce e, se non lo si accompagna con cura, il portone sbatte violentemente. Eppure quella notte nessuno ricorda di aver sentito rumori.

La vita privata della vittima.

I carabinieri iniziano subito un’attenta analisi sulla vita privata di Mara, interrogando decine di persone fra parenti e amici. Ciò però non consente di far emergere alcun elemento utile; sospettati, nulla di più. Qualcosa di Mara però si scopre. E’ una donna di sinistra, impegnata politicamente, di quelle alle quali piace farsi avanti in prima persona nelle battaglie politiche. Non risparmia toni aspri anche con i dirigenti del partito.

Fra gli indiziati finiscono alcuni conoscenti. Uno di questi è un medico di Todi, raggiunto anche da un avviso di garanzia. Infatti, nonostante costui neghi di conoscere Mara, si appura che i due erano amanti. Il medico, uomo sposato, quella notte è a casa con sua moglie. È accusato solo di falsa testimonianza. Quel giorno sappiamo che Mara va al lavoro nell’ufficio legale. Il padre rimane a casa e verso sera si trova a cucinare per sé e per la figlia, che torna a casa verso le 20.30.

(foto fonte web)

(foto fonte web)

Mara si mette a stirare dopo cena e chiama anche una vicina per fare quattro chiacchiere e prendere un caffè. Il padre esce poco dopo per andare a trovare una cognata. Lo fa spesso. Alle 23.30 Mara riceve una telefonata. La vicina non capisce chi chiama e Mara chiude la telefonata in fretta. Poco dopo, il padre torna a casa e va a dormire. Lo stesso fa la vicina. Mara va in camera a leggere.

All’1.30 il padre si sveglia e va a bere un bicchiere d’acqua. La porta della camera di Mara è chiusa e probabilmente la donna sta dormendo. Alle 2.30 l’ultimo dei condomini rientra a casa. Alle 3.00 l’inquilino del piano inferiore si sveglia. Ha il sonno leggero e gli capita spesso di notte ma non sente alcun rumore. Alle 3.41 un ragazzo che abita nei dintorni, e che soffre d’insonnia, scende in giardino per una passeggiata e per fumare una sigaretta.

Pochi minuti dopo però l’inquilino del piano inferiore sente un tonfo secco. Non passano nemmeno due minuti e sente la voce del padre che chiama aiuto. Sale allora immediatamente le scale, assieme ad altri coinquilini. Il ragazzo che passeggiava e fumava corre verso l’ingresso del palazzo e capisce che qualcosa è successo, prontamente avverte i carabinieri e chiama un’ambulanza da una cabina pubblica.

La scena è straziante. Il padre cerca di tamponare la ferita con uno straccio. Per Mara però non ci sono speranze. Probabilmente è già morta o ancora per poco aggrappata alla vita. Ci sono anche altri rumori quella notte. Prima delle urla del padre, una delle vicine è svegliata dal campanello di casa. Quando arriva alla porta, non c’è nessuno.

E nessuno dei vicini salendo ha schiacciato quel campanello. Si potrebbe supporre che sia stato proprio l’assassino, scappando; magari scambiandolo per l’interruttore delle luci. Un altro inquilino sente chiaramente il rumore di un oggetto metallico che cade. Non si sentono passi sulle scale né si sente il citofono nella casa di Mara. O la stessa porta di Mara che si apre e si chiude.

Insomma, ci sono rumori che fanno intuire cosa sia capitato ma nessuno utile alle indagini. Sembra davvero di essere in un giallo d’altri tempi, dinanzi a un delitto perfetto.

“Prima o poi mi ammazzano”

Ci sono poi alcune piste investigative che la Polizia prova a seguire. Mara si era infatti confidata con un’amica. Le aveva detto che aveva conosciuto una persona con qualche precedente penale. Le aveva anche detto con aria scherzosa: “Prima o poi mi ammazzano”. Una battuta di cattivo gusto o un malsano presagio?

Ultimamente Mara si era anche iscritta a un corso di arte in un’università della terza età e misteriosamente, pochi giorni dopo il tragico evento, sulla segreteria telefonica dell’ufficio in cui lavorava viene lasciato un messaggio: “Il mistero della morte di Mara, è legato alla sua adesione alla terza età”.

Le indagini in quella direzione però non porteranno a nulla. La Polizia Scientifica lavora assiduamente compiendo tutti gli accertamenti nell’appartamento, ma tutte le tracce appartengono alla vittima. Restano i dubbi sull’esatta dinamica dei fatti. La distribuzione delle macchie di sangue è molto strana. Ogni possibile spiegazione sembra creare nuovi interrogativi senza risposta, incoerenze logiche.

Viene dunque accusato dell’omicidio il padre della donna. Mario Calisti all’epoca dei fatti ha 74 anni e sarà ovviamente indagato nelle fasi iniziali delle indagini come atto dovuto ma presto scagionato giacché non emergerà nessun elemento a suo carico. Il magistrato, Antonella Duchini, che subentrerà nelle indagini, giungerà presto a una nuova ricostruzione dell’accaduto. Emerge infatti un fatto interessante.

Secondo le nuove perizie, la ferita subita da Mara avrebbe causato il collasso della donna in 40-60 secondi. Così, il pm Duchini ritiene inverosimile l’intera deposizione del padre. Non sarebbe verosimile che in così poco tempo la donna abbia potuto camminare fino alla camera del padre, svegliarlo e avere la forza e il tempo di dire quelle poche parole.

Secondo le nuove ricostruzioni il padre sarebbe andato in camera della figlia e l’avrebbe colpita con un coltello o un cacciavite. Forse non avrebbe colpito con intenzionalità. Questa ipotesi si basa su due punti. Il primo è l’assenza di liti tra l’assassino e la vittima. Il secondo è il ritrovamento di una goccia di sangue appartenente a Mara all’interno di un cassetto dove c’erano coltelli e cacciaviti.

All’inizio gli inquirenti non esclusero che l’assassino, dopo aver colpito la donna, avesse rimesso a posto l’arma del delitto. Per farlo avrebbe dovuto conoscere quel cassetto. Inoltre, lo stesso conteneva anche sacchetti di plastica e buste di carta. Forse l’assassino ne aveva bisogno per portar via l’arma. Anche in questo caso doveva conoscere bene l’appartamento. Non ci sarebbe alcun movente. Il padre non ha motivo di uccidere. E poi ci sono le macchie di sangue.

Se il padre avesse commesso un simile omicidio, le macchie di sangue, disposte come sono, non avrebbero senso. Un anno dopo, la giustizia riconosce dunque come inverosimile l’ipotesi del padre omicida.

Un assassino senza volto, che agisce come un’entità evanescente senza lasciare tracce o la verità è lì sotto i nostri occhi e noi non riusciamo a vederla? Mara, cosa ti hanno fatto?

di Alberto Bonomo