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Andreotti e il caso Moro: emblema della retorica italiana




(foto fonte web)

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E’ bastata la notizia di un malore e la possibilità che un uomo dalla veneranda età di novantatre anni fosse ricoverato in ospedale per scatenare nel web una sorta di macabra e pessima “ola”.

L’uomo in questione è Giulio Andreotti, sette volte Presidente del Consiglio e oggi Senatore a vita, protagonista di tutta la storia repubblicana italiana dalla nascita a oggi. Ma agli occhi dell’opinione pubblica egli è anche il protagonista di molti misteri mai svelati, dalla morte di Moro a quella di Pecorelli fino ai dettagli più “bui” dello Stato italiano.

Andreotti è davvero così colpevole come si dice? Partendo dalla sentenza del 2004 sappiamo che il Senatore aveva incontrato in più occasioni uomini poi rivelatisi legati alla mafia, in particolare al boss Totò Riina.

Quest’accusa è ancora oggi l’unico appiglio al quale si legano gli anti-andreottiani. Sono tanti i processi nei quali Andreotti è stato tirato in ballo, sempre pienamente assolto e solo una volta finito in prescrizione dopo averne accertato il concorso esterno in associazione mafiosa.

Sarebbe lungo citare tutte le vicende nelle quali si è tentato di coinvolgere il Senatore anche perché, riprendendo una sua battuta, “guerre puniche a parte sono stato accusato di tutto”, il che rende l’idea talvolta di un eccesso nell’attribuirgli qualsiasi fatto delittuoso italiano.

Il più celebre fra questi è ovviamente il rapimento e la morte di Aldo Moro, nel 1978. Su quest’ultimo, più di altri, molte volte si è dato sfogo a fantasie delegate a sostituire fatti concreti mai rilevati. Il caso Moro è un po’ la chiave di volta del percorso andreottiano.

E’ come se fosse una sorta di emblema della “doppia politica” della quale Andreotti è stato sempre accusato ma, si badi bene, non quella del binomio destra-sinistra bensì del bene-male laddove egli sarebbe stato l’oscuro personaggio in grado di collaborare con Moro e al tempo stesso di tendergli una trappola mortale. Verità o fantasie? Contestualizziamo per comprendere il vero.

Gli anni che vanno dal 1976 al 1979, esperienze passate a parte, vedono la nascita dei governi andreottiani definiti politicamente della “non-sfiducia”. Cosa significa? Significa che grazie all’astensione dei partiti di opposizione, la Dc è in grado di continuare a governare. Politicamente si tratta di un capolavoro. Le crisi internazionali e la crescente debolezza della Dc rendono difficile la creazione di una coalizione in grado di soddisfare le necessità delle classi sociali in Italia.



Si avverte così la forte esigenza di allargare a sinistra il consenso governativo per andare incontro a una stagione di riforme. In breve si tratta della necessità di dare vita al cosiddetto “compromesso storico” fra il centro (Dc) e la sinistra (Pci). Nel gennaio del 1978, dopo le parentesi dei governi andreottiani della non-sfiducia, una nuova crisi ne provoca la fine. Fra gennaio e marzo 1978 il Presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, delega Aldo Moro alla ricerca di un accordo di sostanza con il Pci: l’obiettivo è una stabilità politica di lunga durata. Fermiamo qui lo scorrere del nastro.

(foto fonte web)

(foto fonte web)

Parlare di Andreotti e delle presunte colpe nel caso Moro significa commettere un errore storico oltre che giudiziario. Quale interesse avrebbe dovuto avere il primo nel “volere” la morte del secondo? Dai discorsi parlamentari così come dalle esperienze precedenti al rapimento Moro era evidente la ricerca di quella che può invece considerarsi la vera anima andreottiana: il tentativo di dare stabilità di governo all’Italia.

Questa è la vera logica che ha portato Andreotti, nel corso della propria vita politica, a muoversi con estrema abilità fra le correnti politiche democristiane e a tentare di stringere accordi con i più differenti partiti politici italiani, da destra a sinistra, senza differenza alcuna. La stabilità di governo era ed è stato l’obiettivo del suo agire politico.

Non avrebbe avuto senso, quindi, volere la morte di Moro; non avrebbe avuto senso perché quest’ultimo era per l’allora Presidente del Consiglio l’unica possibilità di dare vita alla predetta stabilità, già cercata da Andreotti stesso nei due governi precedenti. Altri hanno voluto la morte di Moro agendo verosimilmente all’insaputa della politica italiana, col timore che il desiderio andreottiano di stabilità potesse risultare destabilizzante per gli equilibri internazionali.

Nessuno fra Usa e Urss avrebbe avuto beneficio dall’accordo fra Dc e Pci: i primi per timore che il Pci entrasse di fatto nelle decisioni legislative dalla politica italiana; i secondi perché l’accordo avrebbe alimentato i già crescenti sentimenti anti-sovietici del tempo, conquistando (il Pci) un’autonomia politica decisionale difficile da controllare, pessimo esempio per i Paesi satellite dell’Urss.

In realtà la morte di Moro diventa per Andreotti la fine del “sogno” di creare altri governi centristi con quest’ultimo a capo. Ne 1979 cade anche l’ultimo governo centrista degli anni ’70 e con esso la possibilità di dare all’Italia una nuova speranza di più larghe maggioranze. Il caso Moro è l’emblema di una storia che andrebbe riscritta (meglio) e soprattutto l’emblema della necessità che prima che un’altra “ola” si alzi al cielo, in Italia si legga prima la storia e poi si dia sfogo ai sentimenti politici.

di Pasquale Ragone

  (Articolo tratto dal settimanale “International Post”, 11.6.2012)

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