Widgetized Section

Go to Admin » Appearance » Widgets » and move Gabfire Widget: Social into that MastheadOverlay zone

“Eventi omicidiari” e “strategie destabilizzanti”: La verità sulle stragi del 1992




(foto fonte web)

(foto fonte web)

Un senso logico. E’ questa la linea sottile tanto ricercata dalla magistratura impegnata nelle indagini circa la verità delle stragi che nei primi anni ’90 hanno insanguinato l’Italia. Quel senso logico oggi sembra essere più consistente, tutt’altro che una linea sottile. Dagli archivi del Ministero dell’Interno affiorano documenti che cominciano a diradare le nubi.

I pm siciliani Antonio Ingroia e Nino Di Matteo stanno decidendo in queste ore quali documenti acquisire per comprendere nei fatti le vicende che vanno dalla morte di Salvo Lima (uomo di area andreottiana) a Giovanni Falcone. Il filo logico che lega quelle morti esiste.

Dopo la morte di Lima, si desume dal documento oggi di dominio pubblico, i politici più in vista dell’epoca (Martelli, Mannino, Vizzini, Andreotti, ecc.) temevano che l’ondata di violenza colpisse anche loro. Il delitto Lima può considerarsi, il 12 marzo 1992, il vero momento di rottura con il passato e l’annuncio di serie minacce per il futuro.

Del pericolo si erano accorti già l’ex capo della Polizia Vincenzo Parisi, il quale subito dopo l’assassinio di Salvo Lima aveva diramato un comunicato dai toni drammatici e avulsa da qualsiasi interpretazione parlando di “eventi omicidiari” e di “strategie destabilizzanti”: l’intento di Cosa Nostra era quello di uccidere esponenti della Democrazia Cristiana (D.C.), del Partito Socialista Italiano (P.S.I.) e del Partito Democratico della Sinistra (P.D.S).

Della situazione ne era pienamente consapevole uno dei politici più importanti della storia d’Italia: Giulio Andreotti. Sarebbe stato lui a “pagare” il 24 maggio 1992 il risultato delle scelte stragiste di Cosa Nostra vedendo sfumare ogni possibilità di diventare Presidente della Repubblica, cedendo così il passo all’elezione di Oscar Luigi Scalfaro.

La scelta del capo dello Stato era giunta infatti a seguito di una delle stragi più pesanti della storia repubblicana italiana, laddove il giudice Giovanni Falcone, con moglie e scorta a seguito, perdeva la vita a Capaci sotto i colpi della mafia.

Ma cosa era accaduto fra la morte di Lima e quella di Falcone? Il già citato documento, così come altri frutto dello studio archivistico delle carte del Ministero dell’Interno, mettono in evidenza come la cosiddetta trattativa Stato-mafia aveva avuto origini ben precise.



(foto fonte web)

(foto fonte web)

Contrariamente a quanto ipotizzato finora, non sarebbe stata la mafia a “contattare” lo Stato affinché trattative segrete portassero ad una sintesi, bensì i politici (intimoriti dalle stragi) avrebbero forzato la mano intervenendo mettendo in piedi, appunto, le trattative con la mafia per chiudere il periodo stragista.

Inizia a spiegarsi in tal modo perchè uomini dello Stato (servizi segreti in particolare) avessero avvicinato personaggi come Vito Ciancimino, ex sindaco siciliano al centro di interessi e rapporti con la mafia siciliana dell’epoca.

E si spiegherebbe così l’origine dell’ormai celeberrimo “papiello” che Totò Riina avrebbe scritto chiedendo revisioni dei maxi-processi, allentamento del 41 bis (carcere duro per i mafiosi) fino a sconti di pena per quanti erano già rinchiusi nelle carceri italiane per reati di mafia.

Non sarebbe dunque partita da Totò Riina bensì dai politici dell’epoca l’intenzione di avviare le trattative Stato-mafia. E’ questa la grande verità che emerge dalla montagna di carte diffuse dal Ministero dell’Interno e racchiuse nella maxi-inchiesta dei Pubblici Ministeri palermitani.

Se confermata, tale ipotesi potrebbe spiegare uno dei punti più torbidi della vicenda, ovvero perché le trattative sarebbero iniziate solo dopo la morte di Falcone e non prima che la stagione stragista avesse inizio.

La certezza che emerge è che da tutto questo discorso si comprende e si apprezza maggiormente il sacrificio di Falcone e Borsellino, due giudici probabilmente al corrente di essere (come i politici della D.C., del P.S.I. e del P.D.S.) nella lista nera di Cosa Nostra ma ugualmente determinati a non scendere minimamente a patti con la mafia a differenza di quanto avrebbe fatto buona parte della politica italiana.

Si è forse a un punto di non ritorno nelle indagini su quel periodo oscuro della nostra storia.

Forse dal sacrificio di uomini dediti alla verità e al senso dello Stato ne verrà fuori un insegnamento ancora più forte per le generazioni che verranno.

di Pasquale Ragone

(Articolo tratto dal settimanale “International Post”, 31.10.2011)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *