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Giovanni Brusca e il tesoro all’ombra dello Stato italiano




(foto fonte web)

(foto fonte web)

E’ possibile accumulare un ingente tesoro durante la propria permanenza in carcere e gestirlo all’ombra della giustizia? Giovanni Brusca è la risposta a tale interrogativo. Arrestato nel 1996 in seguito a un blitz delle forze dell’ordine e accusato di essere stato l’esecutore della strage di Capaci in cui morì Giovanni Falcone, l’ex capo del clan di San Giuseppe Jato, Giovanni Brusca, si è distinto negli anni per aver collaborato con le istituzioni, diventando così uno dei pentiti più importanti nella lotta a Cosa Nostra.

Eppure, colui che si credeva ormai in cammino “per la retta via” si scopre oggi che qualcuno, di quel cammino, non ha sorvegliato a dovere tutti i passi. Si scopre soltanto oggi che l’ex boss non ha mai tranciato i propri rapporti con la Sicilia a tal punto da essere addirittura capace di inviare ordini ben precisi per la gestione del proprio patrimonio. Il merito della scoperta dell’attività va a una legge del 2001 che, a dispetto di quanto accadeva in passato, obbliga i pentiti a dichiarare tutti i beni. Il “tesoro” in questione, formato da quadri d’autore, aziende e soldi, è stato abilmente nascosto allo Stato sin dal giorno dell’arresto di Brusca; una palese omissione durante la dichiarazioni dei redditi da parte dell’ex-boss.

E’ stato così possibile gestire beni per svariati milioni di euro, almeno fino al giorno in cui, in seguito ad una denuncia per estorsione, le forze dell’ordine non hanno intercettato le telefonate che intercorrevano fra l’ex-boss in carcere e i propri familiari. E’ così che si è scoperta l’attività portata avanti dalla moglie dell’ex capo del clan di San Giuseppe Jato, Rosaria Cristiana, capace di riciclare gran parte del denaro che finiva in casa Brusca per un ammontare di quasi duecento mila euro, somma nascosta in una località segreta in cui la donna viveva. Come in una scatola cinese, ogni situazione porta a un’altra più grave della precedente: la moglie di Brusca, infatti, rischia ora di vedere annullato il programma di protezione in cui era stata inclusa dal 1996.



A sua volta, l’esistenza di un programma di protezione a difesa della donna, rende ancor più grottesca la vicenda se si pensa che la moglie dell’ex-boss era sorvegliata notte e giorno: tuttavia, ciò non le avrebbe impedito di riciclare i proventi di attività criminali. Nella tardiva rete degli inquirenti è finita anche la madre di Brusca, Antonia, anziana per motivi di età ma attiva e gioviale nell’ambito della ricettazione fino a lasciare intendere la propria passione per l’arte nascondendo una ventina di quadri d’autore in un deposito in campagna con l’aiuto dello zio del detenuto Giovanni. Ma non è tutto.

L’attività della famiglia Brusca non si sarebbe limita “soltanto” alla ricettazione e al riciclaggio di denaro. Nella lista di coloro che si sono impegnati per il bene della propria famiglia troviamo il cugino di Brusca, per l’occasione trasformatosi in postino con il compito di smistare i messaggi dell’ex-boss e che nel tempo libero agiva nell’ambito dell’estorsione, probabilmente per “arrotondare”; oppure i cognati di Brusca, Simone e Gioacchino Cristiano, intenti a svolgere l’attività di fittizi intestatori di beni, o più semplicemente di prestanome, a cui erano addebitati un magazzino e altri immobili a Piana degli Albanesi, nella provincia di Palermo, zona in cui l’ex-boss può contare su solide basi fra conoscenze ed “estimatori” di vario genere, fino a estendere il proprio potere a San Giuseppe Jato, paese centro del proprio potere.

E’ proprio grazie alle amicizie che i Brusca vantano in quelle zone, che nell’inchiesta sulle proprietà dell’ex-boss rientrano anche due imprenditori e una donna (Domenico Simonetti, Luigi Mincone e Antonia Di Giani, moglie di quest’ultimo) così come spunta la figura di un sacerdote che ha spiegato agli inquirenti come la propria frequentazione con i Brusca avvenisse solo per mero adempimento all’attività pastorale; attività che avrebbe compreso la consegna dei quadri rubati o, questo lo scopriranno gli investigatori nei prossimi mesi, di falsi da immettere sul mercato. La rete messa in piedi dai Brusca ha però toccato il punto più alto della propria laboriosità non solo con la gestione di un patrimonio milionario ma addirittura con le minacce che Giovanni Brusca stesso era riuscito a destinare, tramite una lettera, a uno dei suoi prestanome, Santo Sottile, che oggi invece diventa parte lesa in virtù della minacce subite da Brusca e grazie al quale l’intera vicenda è venuta alla luce.

Sottile avrebbe dovuto pagare circa quattrocentomila euro all’ex-boss e il mancato adempimento ha scatenato l’ira cieca di Giovanni Brusca, talmente cieca da rovinare quasi quindici anni di “duro” lavoro portato avanti pur essendo dietro le sbarre.

di Pasquale Ragone

 (Articolo tratto dal settimanale “International Post”, 27.9.2010)

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