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Riesumata la salma del bandito Giuliano: una storia in attesa di giudizio




(foto fonte web)

(foto fonte web)

Fra le tante inchieste alle quali le procure sono chiamate a rispondere, ve ne sono alcune piuttosto particolari, affascinanti, fuori dal tempo.

Quanto accaduto il 28 ottobre scorso nel piccolo cimitero di Montelepre appartiene senz’altro a tale categoria: il corpo del bandito più celebre della storia d’Italia è stato riesumato perché una verità inquietante potrebbe celarsi nella bara che dal 5 luglio del 1950 avrebbe custodito gelosamente il corpo di Salvatore Giuliano, ufficialmente morto per il tradimento del cugino e compagno di banda Gaspare Pisciotta, quest’ultimo deceduto nella propria cella per un caffè alla stricnina nel febbraio del 1954.

Ma perché riesumare il corpo di Giuliano? Ufficialmente, sono stati lo storico Giuseppe Casarrubea e il ricercatore Mario Cereghino a chiederne la riesumazione sulla base di un esposto con foto che indicherebbero il corpo mostrato alla stampa, diverso rispetto a quello di Giuliano. Apparentemente, la disputa potrebbe sembrare un particolare inutile, roba da storici col vezzo della curiosità. Invece no.

Conoscere la verità sull’identità della persona celata nel cimitero di Montelepre significa conoscere la verità circa un pezzo della storia d’Italia, quella stessa storia che continua ancora oggi a riguardare noi e la società in cui viviamo considerando che fra le fondamenta della vita del bandito Giuliano si celerebbero le ragioni profonde dell’esistenza di vere e proprie metastasi in alcune regioni italiane, quali le diverse forme della criminalità organizzata.

Se infatti nella bara non dovesse esserci il corpo di Salvatore Giuliano, voci sempre più insistenti vorrebbero quest’ultimo fuggito negli Stati Uniti. Ma perché tale fuga? E perché proprio negli Usa? Per capire le ragioni di un mistero che affiora dopo sessant’anni, è bene collegarsi a un altro evento tanto misterioso quanto tragico stavolta agli albori della nostra Repubblica.

Nel 1947 avvenne quel che passerà alla storia come la “Strage di Portella della Ginestra” in cui morirono undici contadini durante la festa dei lavoratori del primo maggio. Chi furono gli assassini? Per le autorità fu presto detto: la banda guidata da Salvatore Giuliano. Negli anni, tale versione dei fatti non è stata mai smentita da alcuno. Ma il mistero principale riguarda le ragioni del gesto.

E’ cosa ormai nota che Giuliano conservava un’idea che oggi definiremmo “leghista” ma rovesciata, ovvero separare la Sicilia dal resto d’Italia e annetterla agli Stati Uniti d’America.



Un’idea folle, forse, ma che animò il banditismo siciliano di metà ‘900, epoca in cui la mafia si risvegliò dopo aver fatto a pugni col fascismo (siccome quest’ultimo la considerava un ostacolo ai progetti assolutistici mussoliniani) e in cui il banditismo di Giuliano incarnava in terra sicula quel che oggi potremmo associare all’idea di “terrorismo”, fuori dagli schemi e ingovernabile a tal punto da mettere più volte in scacco lo Stato e i suoi tentativi di catturarlo.

Ebbene, se il corpo su cui la procura palermitana ha chiesto accertamenti ai periti non dovesse rivelarsi quello del celebre bandito, troverebbero ragion d’essere le teorie più o meno fondate che vorrebbero la strage di Portella della Ginestra, e relativa sopravvivenza della banda Giuliano, avallata, coperta e addirittura eseguita dall’eversione nera che nell’immediato dopoguerra si organizzò in diversi gruppi con l’obiettivo di combattere l’avanzata comunista e di creare uno Stato repubblicano sul modello fascista, a sua volta avallata da apparati deviati dei servizi segreti americani.

L’eventuale fuga di Giuliano negli Usa potrebbe essere stato l’“accordo eccellente”, se così può essere definito, fra quei servizi segreti americani presenti sul nostro territorio, che la storia ha riconosciuto essere stati i promotori della rinascita della mafia come forma di controllo del sud Italia, e il celebre bandito in cambio del silenzio sulla verità circa la strage di Portella della Ginestra; si spiegherebbe così l’iniziale colpa additata a Gaspare Pisciotta poi ridotto al silenzio per non svelare i retroscena di una storia “quasi” incredibile.

Ma si tratta ovviamente di ipotesi che solo tra qualche mese potrebbero trovare qualche timida o definitiva risposta.

Per ora, si sa solo che il corpo presente nella bara a Montelepre è uno scheletro che misura un’altezza di un metro e sessanta centimetri (mentre Giuliano era circa un metro e ottanta) ma tale dato può essere del tutto secondario o addirittura inutile se si considera che, in casi del genere, quel che conta è la misurazione della lunghezza delle ossa, quest’ultime ritrovate nella bara con dei fori compatibili con colpi di arma da fuoco.

Potremmo dunque essere dinanzi a un nuovo affascinante mistero italiano o alla risoluzione di un giallo che sembrava già risolto quando il giornalista Tommaso Besozzi intitolò il proprio articolo “Di sicuro c’è soltanto che è morto” evidenziando i dubbi che già nel luglio 1950 aleggiavano sulle modalità della morte del bandito.

Inizialmente, si disse che un carabiniere fosse stato l’artefice dell’uccisione di Giuliano; in seguito si scoprì che invece tutto avvenne per mano del cugino Pisciotta, vinto dal desiderio di prendere il posto.

Insomma, misteri che racchiudono altri misteri, tutti celati in una bara che la procura di Palermo ha deciso di aprire lasciando, per una volta, la storia in attesa di giudizio.

di Pasquale Ragone

(Articolo tratto dal settimanale “International Post”, 8.11.2010)

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