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Il confine della giustizia: gli enigmi del caso Tortora


(fonte web)

(foto fonte web)

30 anni dopo…
Uno dei più gravi casi di malagiustizia mai accaduti in Italia è il processo ad Enzo Tortora, conduttore televisivo sulla cui vicenda è andata recentemente in onda una fiction in due puntate sulle reti RAI. Gli inizi della sua carriera sono nel teatro, ma è innegabile che i suoi più grandi successi li ha ghermiti nella televisione.

Prima su tutte la trasmissione Portobello, con l’iconico pappagallo verde, una trasmissione che è ancora oggi oggetto di studio nei corsi di storia della televisione italiana, senza dimenticare la sua storica conduzione de La Domenica Sportiva.

La sua carriera fu bruscamente interrotta il 17 Giugno 1983, giorno in cui venne arrestato con l’accusa di ‘associazione a delinquere di stampo camorristico’, solo uno dei tanti atti di una vicenda che sembra più consona ad una commedia degli assurdi che ad un processo per mafia.

Per cominciare, le accuse partirono non da indagini od intercettazioni, ma dietro ‘indirizzo’ di alcuni pentiti della camorra, tra cui spiccano i nomi di Giovanni ‘Il Bello’ Melluso e Pasquale Barra. Come prova fisica, venne portata all’attenzione dei giudici una agendina ritrovata in possesso di un’altro membro della camorra, sulla quale sarebbe stato ritrovato il nome di Tortora con affianco un numero di telefono, che assieme alla dichiarazione di aver visto il conduttore spacciare droga, effettivamente presentavano un caso più che solido.

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I pentiti
Se non fosse per questi piccoli particolari: primo, i tre ‘pentiti’, ignorando gli altri loro precedenti, erano già noti spergiuri; secondo, l’agendina ed il numero in questione non vennero nemmeno controllati in primo processo.


Una semplice seconda occhiata se non un’analisi calligrafica avrebbero potuto scagionare il conduttore, visto che il nome non era il suo ma di un tal Tortona e il numero telefonico non risulterà infine essere in alcun modo collegato al presentatore, che verrà assolto di tutte le accuse solo nel 1986 dalla Corte d’Appello di Napoli, la quale procederà a processare i vari ‘pentiti’ per calunnia, e successivamente dalla Corte di Cassazione.

Tornato in televisione il 20 febbraio del 1987 perirà nemmeno un’anno dopo per un cancro, la cui apparizione molti attribuirono allo stress del carcere. Morto con una fedina pulita, ma senza vera giustizia. La responsabilità dell’incredibile vicenda non è da attribuire solamente ai camorristi spergiuri che colsero l’occasione per uno sconto di pena. Non è un caso che Tortora provò a chiamare in causa i giudici responsabili del suo processo.

Come detto in precedenza delle semplici indagini, un interessamento non speciale ma nella norma, avrebbe potuto prevenire tutto questo ed è naturale pensare che sia stata una leggerezza voluta. Era un processo a cui non poteva che fare gola prendere parte: una stella della televisione, beniamino del pubblico, indagata per mafia e spaccio di droga.

Una vittoria della ‘giustizia’ veloce ed esemplare non avrebbe che potuto essere ben vista dal pubblico e i propri superiori, tant’è che tutti i magistrati coinvolti nel caso hanno poi fatto una brillante carriera. Tuttavia, per aggiungere ignominia su malagiustizia, c’è forse una sorta di benedizione nella morte tempestiva di Tortora, visto i risultati del referendum a cui il suo caso portò.

Il referendum del 6 e 7 novembre 1987 aveva, tra i suoi punti, anche la responsabilità civile dei giudici. Referendum che ci concluse con un quorum raggiunto del cui l’80% decise per l’approvazione della proposta. Non vide mai la sua attuazione, invalidato dalla successiva legge Vassalli, rendendo virtualmente inutile il calvario di Tortora e la mobilitazione dei votanti al referendum.

Come le fiabe nere, continuiamo a ricordare eventi come questi per impararne una lezione. Ma che lezione c’è da imparare quando non ci è consentito di cambiare niente e di riparare ad un torto passato e di prevenirne di futuri?

di Simone Simeone

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