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Anche l’arcobaleno fa paura


(foto fonte web)

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La bandiera arcobaleno, creata nel 1978 dall’artista Gilbert Baker, su richiesta di una comunità statunitense in cerca di un simbolo che ne potesse rappresentare l’orgoglio ed i diritti, costituisce attualmente, nella versione a sei strisce, l’emblema del movimento di liberazione omosessuale.

Ma il rosso, l’arancio, il giallo, il verde, il blu ed il viola che identificano la comunità mondiale LGBT sono, ancora oggi, opacizzati dalla dimensione monocromatica omofoba.

La tinta unita ritorna: il rosa del triangolo, utilizzato nel regime nazista per marchiare l’“impuro soggetto”, lascia spazio al nero dell’odierno pregiudizio antiomosessuale. È la società eterosessista e discriminante, nei confronti di valori differenti ma non per questo avversi a quelli “convenzionali”, a rendere ancor più nitido questo colore; quello della paura e dell’odio.

Molto spesso le azioni dei soggetti omofobi vanno oltre la sola derisione, già di per sé lesiva, del soggetto omosessuale. Le parole accompagnano o lasciano spazio a vere e proprie aggressioni fisiche connotate da una tale violenza che, nei casi peggiori, porta alla morte.

Negli Stati Uniti, delitti di questo tipo sono qualificati nella categoria “hate crimes”, crimini di odio, compiuti per pregiudizi o per ostilità nei confronti dell’identità razziale, etnica, religiosa o sessuale della vittima. Il complessivo calo dei reati d’odio, a detta della statistiche di fine anno dell’FBI, è direttamente proporzionale all’aumento dei reati a solo sfondo omofobico: più del 20% dei crimini, infatti, è motivato dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere della vittima.


(foto fonte web)

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L’ azione delittuosa ai danni di soggetti omosessuali ha un significato diverso rispetto a quello di una comune aggressione, non solo per le motivazioni ma anche per il fine perseguito. Infatti, l’obiettivo di chi si macchia di tali delitti non è semplicemente procurare un danno alla persona ma, annientare l’identità della vittima e della comunità di appartenenza, vista quasi come una minaccia sociale.
E in quali termini lo sarebbe?

Vladimir Luxuria, ex parlamentare transgender, cerca di dare una risposta al problema: “Negli anni ’70 la rivoluzione dei militanti dei diritti omosessuali si limitava ad essere sessuale, oggi l’elemento rivoluzionario è l’idea di una coppia stabile. Ed è proprio questo a far paura. Perché credo che ci siano ancora forti resistenze a pensare che due persone dello stesso sesso possano riuscire ad avere una relazione affettiva ed un progetto di vita comune”.

Dagli anni sessanta del secolo scorso, molti Stati europei ed extra-europei (in primis Francia e Stati Uniti) si sono attivati al fine di reprimere quei delitti che hanno per bersaglio l’orientamento sessuale, introducendo l’aggravante omofobica. Questa non trova terreno fertile nel nostro piano giuridico che si limita, attraverso la Legge Mancino del 1993, a sancire l’inasprimento della pena solo nei confronti di chi commette atti di violenza per motivi religiosi, etnici o di nazionalità; come se l’introduzione di questa nuova aggravante costituisse una sorta di intromissione dello Stato nella libertà del pensiero dei cittadini. Anche il più orribile dei pensieri nei confronti di un omosessuale, si sa, non costituisce crimine, ma è nel momento in cui l’idea trova attuazione in forme di repressione della altrui libertà sessuale che lo si commette.

 Errare nel pensiero è lecito, perseverare in azioni delittuose è diabolico.

Di Annalisa Ianne

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