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Genitori-figli: venirsi incontro o educazione severa?




(foto fonte web)

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«Colui il quale nell’educare cerca di suscitare un interesse che porti a svolgere un’azione e a seguirla con tutta l’energia, con entusiasmo costruttivo, ha svegliato l’uomo» [M. Montessori]

I genitori spesso si lamentano della natura indisciplinata dei loro figli e delle difficoltà che incontrano nell’educarli. I figli accusano i genitori di essere arretrati e incomprensibili, di non voler tener conto delle loro esigenze. Certamente un accordo tra genitori e figli appare oggi molto difficile.

Platone nel libro VII “La Repubblica” affermava: «Non inducete i ragazzi ad apprendere con la violenza e la severità, ma guidateli invece per mezzo di ciò che li diverte, affinché possano meglio scoprire l’inclinazione del loro animo».

Molto spesso si sente dire in televisione che: «La nostra è una generazione di figli che hanno bisogno di padri» non è vero che i padri di oggi siano assenti, anzi sono molto presenti, ma non sanno come esercitare la loro funzione paterna.

A causa della  forzata lontananza da casa per ragioni di lavoro o per il raffreddamento dei rapporti familiari, i giovani si sentono spesso privati del necessario affetto e traditi nelle loro elementari aspirazioni. Non si può dare colpa ai giovani se, disperati per il loro stato di abbandono e di isolamento, ricorrono alla ribellione aperta e cercano altrove, magari in ambienti poco raccomandabili, l’appagamento delle loro ansie.

Di fronte ad una società rivolta alla conquista dei beni materiali è naturale che il giovane operi scelte che, il più delle volte, risultano dannose. Alcuni bruciano i migliori anni a perseguire miraggi di rapidi successi, che si risolvono spesso in amare delusioni, altri si danno alla droga, illudendosi di realizzare artificialmente i propri sogni proibiti; altri disertano la famiglia, la scuola, gli amici per una vita vagabonda o peggio, per sfogare il proprio odio verso la società nella violenza organizzata, altri infine, vegetano nell’indifferenza, coltivando rancori repressi e lasciandosi andare ad una vita inutile e nociva a sé e agli altri.



(foto fonte web)

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Sono pertanto convinto che le cose potrebbero andare meglio se ciascuno di noi partecipasse più attivamente alla costruzione di una società più umana e più giusta. La divulgazione quotidiana di notizie relative ad episodi di violenza, intolleranza e sopraffazione trova, ormai, una società quasi indifferente. È triste ammetterlo, ma l’umanità si è assuefatta alla violenza e non riesce a liberarsi da questa dipendenza che induce una vergognosa e profonda apatia.

Indifferenza ed apatia sono forse una sorta di autodifesa spontanea che l’essere umano mette in atto nei confronti di una realtà troppo negativa.

Violenza chiama violenza

La società vive una scissione schizofrenica: da un lato virtuosamente si indigna e cerca di porre freni e rimedi, mentre dall’altro premia chi, con qualsiasi mezzo anche violento senza il rispetto della persona altrui, risulta vincente.

La società civile viene profondamente lacerata: al mondo del diritto, delle leggi, del buon senso si contrappone in una lotta spietata, quello della violenza fisica, verbale e mentale che permea gran parte dell’umanità.

Società in “movimento”
La nostra società è in continua evoluzione. È la società delle emozioni, delle immagini, dei mass media, delle televisioni sempre accese, dell’informazione, dei film realisti. La società della globalizzazione e della diseducazione.

Credo che la società debba seriamente ripensare se stessa, mettendo in discussione una serie di principi che stanno facendo perdere di vista all’uomo l’essenza stessa della propria umanità.

E come ha detto Don Mazzi qualche tempo fa: «Intanto i ragazzi crescono senza timonieri. Navigano a bordo di una bellissima barca piena di cose materne, ma al timone c’è il pilota automatico».

Secondo me è giusto che i genitori lascino i propri figli liberi di trovare se stessi autonomamente, fornendo, più che consigli, positivi esempi di vita. Ma forse i genitori di oggi, come quelli di ieri, non amano sentirsi by-passare nella scelta della generazione che segue. È il gap generazionale a creare, inevitabilmente, un periodo di frattura nei rapporti e nella comunicazione tra padri e figli.

Non si può che prendere atto del fenomeno e viverlo con intelligenza e sensibilità.

di Marco Arnesano

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