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Calabria patricida




(foto fonte web)

(foto fonte web)

Trebisacce, provincia cosentina; è mattina e sono da poco trascorse le 10:30. I vigili del fuoco sono stati chiamati per intervenire all’interno di un’abitazione. Da giorni ormai, il fratello della persona che presumibilmente vive nella casa, asserisce di non avere più notizie del familiare senza alcun apparente motivo; tutto ciò appare molto strano. L’uomo un anziano insegnate in pensione di 72 anni, Riccardo Chiurco, sembra sparito nel nulla. Gli uomini dei vigili del fuoco e dei carabinieri intervengono sul posto.

Niente da fare all’ennesimo tentativo di comunicazione. Si decide senza mezze misure di usare le maniere forti ed introdursi nell’abitazione. Tutto è pronto, la scala è issata lungo le pareti dell’edificio in direzione dell’appartamento interessato, quando una finestra sembra aprirsi; è Stefania, figlia dell’uomo scomparso. «Cosa volete? Avete un mandato?» queste le parole gridate dalla donna a squarciagola mentre gli uomini dei nuclei operativi confusi cercavano di interpretare quel modo ambiguo e sospettoso di approcciarsi della trentottenne studentessa di medicina.

Passano solo pochi attimi dopo quest’intervento inaspettato dalla finestra e prima che la stessa di propria iniziativa scende lungo le scale per aprire il portone alle forze dell’ordine. Immediatamente le domande di rito mentre la casa viene sottoposta ad un attenta analisi; nonostante ciò, tutto sembra in ordine, niente fuori posto, una casa come tante altre. Dell’insegnate nessuna traccia tangibile. Incalzata dalle domande dei carabinieri la donna appare vistosamente nervosa, come spazientita, tutt’altro che collaborativa.

«E’ uscito ma non è ancora tornato» continua a ripetere adducendo questa sua verità come spiegazione dell’assenza del padre. Nervosismo o meno della ragazza, preoccupazioni o no, non è possibile andare oltre. E’ impensabile credere che una figlia, nel caso in cui vi fosse la preoccupazione che il proprio padre sia effettivamente scomparso, non collabori per arrivare alla verità. I carabinieri tra i saluti di rito , anche se non propriamente persuasi dalle spiegazioni di Stefania, sono pronti ad andar via; quando in un attimo l’occhio curioso del Maresciallo Enzo Bianco cambierà radicalmente il proseguo degli eventi. Li,  nell’androne del palazzo, mentre la ragazza continua a parlare, riposti in fila lungo un angolo otto scatoli sigillati con del nastro argentato; sembrano rifiuti pronti per lo smaltimento.



(foto fonte web)

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Alla richiesta di chiarimenti circa quei pacchi Stefania dice: «Sono pacchi, sono lì perché li devo gettare tra i rifiuti». Il sottufficiale non è cosi convito, come in fondo non lo era nessuno anche dopo le spiegazioni della figlia del signor Chiurco. Questa volta il maresciallo non intende farsi convincere e rischiando, decide di avvicinarsi ai rifiuti per visionare il loro contenuto. Forse sarebbe stato meglio avere torto, forse sarebbe stato meglio non cedere al proprio sesto senso.

Imballato con il cellophane all’interno del primo scatolone una volta aperto era perfettamente visibile il busto dell’insegnante. Indossava ancora la maglietta e brandelli di pantalone con la cintura. Quello che fino a quel momento era stato solo un brutto presentimento si sta a poco a poco trasformando in terribile realtà. Nel secondo scatolone i carabinieri troveranno la testa  imbavagliata e gli occhi semichiusi. Le gambe e le braccia a parte in un ennesimo pacco. Ogni singola parte era seppellita nella calce e nel borotalco per assorbire i liquidi organici e camuffare il crudo odore della morte. Raccapricciante è l’unica parola che può essere accomunata a questa vicenda.

La ragazza dopo la scoperta, ha confessato di aver tagliato a pezzi il padre ma di averlo trovato già morto per cause a lei sconosciute. Ovviamente la spiegazione questa volta non hanno alcuna forza di persuasione verso gli investigatori che non ascoltano più una figlia bensì un presunto mostro. «Mio padre lo ha ucciso qualcuno altro» continua a ripetere agli investigatori increduli; L’autopsia eseguita poco dopo porterà a galla particolari sempre più inquietanti nella vicenda: l’arma utilizzata  nel massacro dovrebbe essere quasi certamente una grossa accetta; secondo le ricostruzioni e i rilievi effettuati il corpo che presentava mani e piedi legati, bocca imbavagliata forse per impedire le grida, potrebbe essere stato riposto su di un tronco di legno e sezionato; Ceppi di carne umana. Tutto sembra assurdo ma alcuni parenti ascoltati riferiscono dei  troppi silenzi all’interno di quella famiglia.

Troppi litigi tra i due, soprattutto per quella laurea in medicina che tardava ad arrivare e ormai sembrava un miraggio irraggiungibile. Il desiderio di un padre insegnate che vedeva nella figlia poco attaccamento allo studio, poco impegno, pochi sacrifici. Equilibri già pericolosamente instabili compromessi definitivamente dalla scomparsa della madre, anche ella insegnate; una famiglia definitivamente distrutta da una lucida follia forse premeditata. Come Stefania, a Perugia, nel novembre del 2010, Antonio Leandri, insegnante di educazione fisica, massacrò e fece a pezzi il padre, Olinto, un falegname ottantasettenne, i cui resti furono sparsi sul monte Terzio e recuperati solo in parte.

Questa storia di follia di un discende diretto verso i propri genitori ricorda molto l’orrore di Trebisacce. Stefania Chiurco viveva da quel 28 dicembre data presunta dell’efferato patricidio, da sola, in un appartamento con i resti del padre chiusi in otto scatoloni.

di Alberto Bonomo

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