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Il suicidio come allarme sociale. Con intervista esclusiva al prof. Francesco Bruno


(foto fonte web)

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Il suicidio a livello mondiale è tra le prime cinque cause di mortalità fra gli adolescenti e la sua prevenzione deve essere una priorità assoluta.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce il suicidio come «esito letale di un’azione, che è stata deliberatamente messa in atto dal deceduto, con conoscenza o attesa di quel determinato esito letale, e attraverso la quale il deceduto intendeva produrre cambiamenti desiderati».

In poche parole, l’OMS considera il suicidio come un problema complesso, non ascrivibile ad una sola causa o ad un motivo preciso, vista anche la sua presenza consistente  nella società.  Beccaria nella sua opera “Dei delitti e delle pene” afferma: «Il suicidio è un delitto che sembra non poter ammettere una pena propriamente detta poiché ella non cadere che o sugl’innocenti, o su un corpo freddo ed insensibile».

Il suicidio viene condannato anche dai filosofi partendo da Platone, che lo considera «violazione del proprio destino»; Epicuro lo interpreta come «espressione del disgusto della vita»; Aristotele che lo inserisce tra i «delitti contro lo Stato». Per Sant’Agostino si tratta di «una depravazione detestabile e condannabile e mutuava da Platone e dai Pitagorici l’argomentazione che la vita è un dono di Dio e che togliersi la vita significava soltanto non accettare la volontà divina».

Anche Durkheim ne parla individuando tre tipi. Il primo è quello egoistico (l’individuo si estrania del gruppo sociale di appartenenza ed entra in uno stato di isolamento) il secondo è altruistico (il contrario di quello egoistico, con un’eccessiva socializzazione e una scarsa individualizzazione), il terzo  è anomico (dovuto agli squilibri sociali).

A livello medico-psichiatrico, J.J. Plenck afferma: «Coloro che di propria mano si uccidono soglion essere persone: deliranti, malinconiche, disperate per commesso delitto, o per evitare il supplicio, o perché più non isperano miglior sorte, disappensate. Quest’ultime talvolta per caso fortuito si danno la morte senza volerla».

Molto spesso quando “scatta la molla” del suicidio si trasmettono segnali all’apparenza non chiari e lucidi, non visibili agli occhi di coloro i quali vivono a stretto contatto con la persona, vuoi perché non si riesce a cogliere il significato, vuoi perché non si riesce a rispondere nel modo più giusto e delicato possibile alla loro richiesta di aiuto.

(foto fonte web)

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L’intervista esclusiva


Questo mese, per la sezione “Il Ragionevole dubbio”, risponde alle nostre domande il prof. Francesco Bruno, criminologo, psichiatra e docente di Pedagogia sociale.

Quanti sono i giovani che tentano il suicidio?

I giovani che si suicidano oggi sono il 7% ogni 100.000 abitanti. La percentuale più alta è la fascia di età compresa tra i 15-19 anni che arriva circa all’8% ogni 100.000 abitanti. E nella fascia tra i 20-25 anni la percentuale è del 12% ogni 100.000 abitanti.

Questo tasso però diminuisce nella fase finale della maturità per poi riprendere nell’età più “avanzata”, ovvero nell’anzianità.[…] Si tratta di un fenomeno in forte aumento dagli anni ‘50 ad oggi ed è cresciuto inesorabilmente a livello mondiale (16 -17 casi ogni 100.000 persone).

Quali sono le motivazioni che li spingono al suicidio?

Le motivazioni che spingono al suicidio sono molteplici. […] Alla base c’è un disagio; ma molti giovani sfidano la morte per dimostrare a se stessi e agli altri che sono invincibili e per “sentirsi più forti”.

[…] Fra gli italiani il fenomeno è minore rispetto ad altri popoli. Questo perché è proibito dal punto di vista etico, morale e religioso. La religione, infatti, influisce molto.


I fattori che vi contribuiscono maggiormente quali sono?   

Il suicidio è associato a un disagio. […] Alcuni fattori che contribuiscono sono depressione, l’esposizione al comportamento suicida di amici, familiari, il sentirsi totalmente inadeguati e non accettati. […] Nella fase dell’adolescenza il ragazzo combatte contro l’angoscia della morte, altro fattore di cui prende coscienza a 8-9 anni, scoprendo il vero significato e la vera essenza della morte, […] e vive con questa costante angoscia. […]Bisogna quindi prendere in considerazione ogni cambiamento improvviso.

Esistono delle modalità con le quali i familiari possono individuare i soggetti a rischio?

I familiari dovrebbero fin da subito osservare il comportamento dei propri figli. Capire perché, il proprio figlio ha un carattere estroverso, ribelle, ma soprattutto capire perché è chiuso in se stesso e da cosa scaturisce la timidezza. Questo potrebbe essere sintomo di una patologia […] e la patologia si può curare.

E’ dunque necessario osservare qualsiasi cambiamento improvviso del comportamento del proprio amico o familiare, “controllando” lo stile di vita, che va dalla mancanza di interesse fino alle più banali delle attività quotidiane; ma anche un comportamento inadeguato in qualsiasi contesto o ambiente sociale, etc.

Quanto incide il fattore sociale nella scelta suicida?

La società influenza molto perché crea false illusioni nei giovani e la maggior parte delle volte di loro non si tiene neanche conto. Vuoi perché sono privi di affetto, vuoi perché non riescono a trovare un posto adeguato all’interno stesso della società.

Tra l’altro, il suicidio (soprattutto tra i giovani e nello specifico tra gli adolescenti) è molto contagioso. Per questo motivo è bene parlarne nel modo giusto e con molta cautela.

 

È possibile prevenire il suicidio?

È molto difficile prevenire il suicidio. Si può prevenire il momento, l’attimo del suicidio, ma non il suicidio in sé.

di Marco Arnesano

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