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Cape Fear – Il promontorio della paura (Martin Scorsese, 1991)




(foto fonte web)

(foto fonte web)

Sam Bowden, avvocato di successo viene tormentato insieme alla sua famiglia da un suo ex cliente che, per una sua omissione, ha appena finito di scontare 14 anni di carcere per stupro.

La via scorsesiana al thriller commerciale arrivò in un momento di gran vena per il regista newyorkese, che incastonò “Cape Fear” tra due gemme come “Goodfellas” e “L’età dell’innocenza”. Gli obblighi di botteghino furono assolti con più di uno sguardo indietro al cinema classico americano: trattasi infatti di remake dell’omonimo film di J. Lee Thompson del 1962, con Gregory Peck nel ruolo dell’avvocato e Robert Mitchum ovviamente in quello del villain; anche le musiche di Bernard Herrmann sono identiche, riadattate per l’occasione da Elmer Bernstein.



Scorsese ci aggiunge una regia più distorta e allucinata, perfetta per le atmosfere da thriller ed esaltata dall’aggressivo montaggio di Thelma Schoonmaker; De Niro impagabile psicopatico è il non plus ultra e surclassa il bietolone Nick Nolte nel confronto diretto, dando vita alla rivelazione Juliette Lewis (ancora minorenne) ad uno dei più alti momenti di tensione erotica del cinema anni ’90.

L’abbassamento della soglia del puritanesimo consente a Scorsese di prendersi qualche libertà in più, come ad esempio infrangere la regola che impone che la famiglia dei “buoni” debba essere dipinta come un idilliaco nido da Mulino Bianco; interessante notare a proposito le due diverse rappresentazioni della violenza, qui e in “Goodfellas”: la messa in scena fredda e analitica del modus agendi della mafia lascia il posto al grand-guignol da opera di cassetta.

Cammei per gli invecchiati Peck, Mitchum e Martin Balsam.

Cape Fear – Il promontorio della paura

(Martin Scorsese, 1991)
genere: Thriller

http://cinema-scope.org/

recensione di Giuseppe Pastore

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