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Il caso dei metalli pesanti




(foto fonte web)

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Nell’ambiente dove siamo nati ed ogni giorno viviamo si alternano costantemente con concentrazioni variabili, sostanze tossiche di origine diversa, le quali possono facilmente accumularsi nel terreno, nell’acqua o nell’atmosfera; tra queste sostanze identifichiamo i pesticidi, le diossine o i metalli pesanti quali arsenico, mercurio, cadmio e piombo, si tratta di composti che si diffondono rapidamente nell’ambiente in seguito ad attività agricole ed industriali.

L’esposizione ai metalli avviene quindi attraverso l’ambiente o attraverso l’ingestione di cibi o acqua contaminati, in questo modo le sostanze dotate possono depositarsi in maniera piuttosto persistente in alcuni distretti corporei ed indurre effetti nocivi a lungo termine. A tal proposito l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA), attraverso studi di valutazione del rischio di esposizione a contaminanti ambientali ha stabilito per la maggior parte delle sostanze tossiche, una dose giornaliera tollerabile (DGT) o settimanale (DTS), ossia la quantità media di un contaminante chimico che può essere ingerita quotidianamente o settimanalmente nell’arco della vita senza rischi apprezzabili per la salute.

Le sostanze tossiche come i metalli pesanti, sono in grado di provocare effetti rilevanti anche a dosi sotto soglia, interferendo con i sistemi fisiologici che risultano essere maggiormente suscettibili agli insulti di natura ambientale, quali il sistema nervoso centrale (SNC), il sistema immunitario e quello endocrino; tra questi il sistema endocrino è fondamentale per lo sviluppo del cervello, in quanto anche lievi variazioni dell’ambiente ormonale del feto durante la gravidanza, determinate ad esempio da cambiamenti nella posizione intrauterina, possono causare effetti irreversibili; in questo ambito il comportamento risulta un importante biomarcatore per valutare gli effetti a lungo termine dell’esposizione ad agenti tossici sul sistema nervoso.



(foto fonte web)

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Il periodo che va dalla fase fetale a quella adolescenziale è caratterizzato da una maggiore vulnerabilità all’esposizione ai contaminanti ambientali, durante la fase fetale queste sostanze possono attraversare la placenta e depositarsi a livello del tessuto adiposo che produce direttamente il latte materno, in questo modo il trasferimento degli agenti tossici risulta diretto dalla madre al neonato durante l’allattamento. Gli effetti dell’accumulo vengono spesso evidenziati tardivamente, ossia quando i bambini iniziano a comunicare con il linguaggio o si interfacciano per la prima volta con l’ambiente scolare, in questa fase possono emergere deficit emozionali o nell’attenzione, oppure in casi più gravi vengono diagnosticate disordini del neuro sviluppo.

Appare dunque di fondamentale importanza che l’esposizione dei bambini agli agenti chimici tossici inizia prima della nascita e dipende da tutto ciò a cui sono stati esposti i loro genitori: l’aria che hanno respirato, i cibi che hanno mangiato, i prodotti che hanno usato e l’acqua che hanno bevuto. Dopo la nascita, un bambino continua ad essere esposto agli agenti chimici attraverso il contatto con l’aria, la terra, il cibo e gli oggetti di uso quotidiano.

Recentemente la Commissione Europea si è principalmente occupata dell’esposizione ad un particolare metallo che sembra essere più presente degli altri: l’arsenico, il quale è presente sia in natura che come prodotto dell’attività umana, perlopiù sotto forma di ione inorganico che rappresenta la forma più tossica.

E’ stato stabilito che il contenuto massimo di arsenico nelle acque destinate al consumo umano non deve eccedere i 10 microgrammi per litro, nonostante ciò in molti Paesi compresa l’Italia, i livelli di arsenico inorganico nell’acqua sembrano eccedere di gran lunga la dose soglia stabilita. Tutto ciò desta grandi preoccupazioni, in primis poichè l’arsenico è stato classificato come elemento cancerogeno di tipo 1, ed è associato a varie patologie oncologiche, inoltre dati recenti sembrano indicare una correlazione sempre più forte tra l’esposizione all’arsenico presente nelle acque e negli alimenti durante la gravidanza e l’insorgenza di disordini del neuro sviluppo.

di Alessia De Felice

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