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«Andreotti e Falcone uniti contro la mafia». L’altra verità nel processo Stato-mafia


(foto fonte web)

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Su il sipario e inizia il processo più importante degli ultimi vent’anni di storia italiana.

Il 27 maggio 2013 verrà ricordato come il giorno della prima udienza, a Palermo, sulla cosiddetta “trattativa Stato-mafia”, ponendo sul banco degli imputati l’ex ministro dell’Interno, Nicola Mancino, alcuni fra i boss più celebri della mafia (Totò Riina, Leoluca Bagarella, Antonino Cinà), ex ufficiali del Ros (Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno) e il pentito Giovanni Brusca. Ma indubbiamente il colpo grosso è stato tentato, da subito, dalla famiglia Lima che ha chiesto di essere considerata parte civile.

Coup de théâtre

Andiamo con ordine. Il 12 marzo 1992 Salvo Lima è assassinato da due uomini che lo raggiungono mentre il deputato Dc si reca al lavoro. Nell’auto con lui ci sono altri due colleghi ma questi non sono minimamente sfiorati dalla furia omicida del commando. L’obiettivo è l’uomo ritenuto il luogotenente di Andreotti; colui che, secondo quanto emerge dal processo all’ex sette volte presidente del Consiglio, avrebbe intrattenuto rapporti con la mafia siciliana costituendo di fatto un ponte attivo con la politica.

Il processo iniziato il 27 maggio scorso sarà senza alcun dubbio l’occasione per scrivere, ufficialmente, la storia d’Italia dei primi anni ’90. La famiglia Lima lo sa e non ci sta a vedere archiviata per sempre la memoria del proprio parente nel ruolo di affiliato alla mafia, come verità ufficiose vogliono.

L’altra verità

«Falcone non aveva di Lima l’opinione che all’opinione pubblica si cerca di tramandare» è la tesi della famiglia. Ad esprimere il concetto è l’avvocato Carlo Lo Monaco, marito di Susanna, la figlia dell’ex deputato Dc ucciso dalla mafia.
«Lima non fu ucciso per vendetta, ma perché con Andreotti e Falcone combatteva la mafia».
È questa la presunta “altra verità” che potrebbe riservare il processo sulla “trattativa Stato-mafia”: una prospettiva diversa dei fatti destinata a sollevare molte polemiche ma anche riflessioni.
Guardando con un minimo di analisi politica, la frase dell’avvocato Lo Monaco si inscrive in un contesto dove oggettivamente si hanno dei riscontri.


Giulio Andreotti è l’uomo alla guida di due governi (il suo sesto e settimo) che si alternano dal 1989 al 1992, mantenendo quel 41 bis (“Regime carcere duro”) che, a leggere l’istruttoria della Procura, avrebbe tormentato il sonno dei mafiosi.
Le restrizioni di legge avrebbero portato dapprima all’inasprimento della lotta fra Stato e mafia e poi alla costruzione di una trattativa, iniziata da quella parte politica che temeva di finire nella morsa di sangue della mafia.
L’attentato a Giovanni Falcone, uomo-perno dello scontro grazie soprattutto al ruolo svolto per il Ministero della Giustizia al tempo di Claudio Martelli, è la doccia fredda che impedisce la possibile elezione di Andreotti al Quirinale: è di fatto l’apice del muro contro muro. Dalla lotta, Falcone e Lima ne escono assassinati e Andreotti vede finire la propria carriera politica.

Nomi a metà

«La trattativa fu anteriore al delitto Lima – continua l’avvocato Lo Monaco – . Avviata da una sponda del potere politico diversa da quella che aveva lottato la mafia». L’omicidio Lima avrebbe avuto quindi l’obiettivo di «bloccare l’impegno e i provvedimenti del governo Andreotti, distintosi per una repressione assoluta del fenomeno mafioso, senza nessun cedimento».
Quella sentita in aula è una lettura diversa dei fatti conosciuti o supposti fino ad oggi; un’alleanza che scuote i più e che vede scrivere, con parole differenti, il ruolo dei protagonisti di una stagione politica drammatica.

Scrivere la storia politica italiana

Non più il duo AndreottiLima vittima di una vendetta mafiosa bensì uomini perseguitati dalla mafia per l’intrasingenza mostrata.
In quest’ultima interpretazione c’è almeno una mezza verità. Se è vero il concorso esterno in associazione mafiosa fino al 1980, è anche vero che gli andreottiani (dopo la morte di Stefano Bontate, 1981) finiscono nella ragnatela della lotta di potere all’interno della mafia stessa.
È di fatto la fine di appoggi e connivenze che avevano caratterizzato una gestione dei rapporti fra la mafia e una parte politica. Quanto accade alla fine degli anni ’80 è dunque l’emblema (e al tempo stesso l’apice) di una reale frattura, durata fino al biennio ’92-‘93.

Come andarono i fatti in quegli anni lo definirà il processo appena iniziato, dal quale dovremmo capire cosa è accaduto, con fatti, retroscena e nomi non ancora di dominio pubblico.

Proprio quest’ultimi, l’avvocato Lo Monaco ha cominciato a farne già il 27 maggio. Ma non si può: la famiglia Lima deve essere dapprima accettata come parte civile e poi potrà dire la sua in un’aula di tribunale. Un solo accenno dall’avvocato: i veri protagonisti di quella stagione di sangue? «Tanti sono ormai morti».

di Pasquale Ragone

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