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Misteri svizzeri nei due suicidi?


(foto fonte web)

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Il 23 luglio 2013 la polizia svizzera ritrova il cadavere di Cartsen Schloter. L’uomo, tra i più grandi top manager svizzeri degli ultimi anni, si è tolto la vita. Una lettera vicino al corpo per spiegare qualcosa. Un mese dopo, Il 27 agosto 2013, Pierre Wauthier direttore finanziario di Zurich Insurance giace senza vita nella propria abitazione. Cosa si nasconde dietro questi due gesti estremi all’apparenza inspiegabili?

Suicidio Schloter   

Un filo sottilissimo e impercettibile unisce queste due storie. Pensandoci bene, per una volta, forse non è poi cosi grande il mistero che si nasconde dietro le morte di Cartsen Schloter e Pierre Wauthier. Nessun intrigo internazionale, nessun sicario pagato per mettere a tacere personaggi scomodi. Probabilmente “l’istigatore” si muoveva già da tempo, silenzioso, dentro questi due uomini. Il dolore, la sofferenza, l’inadeguatezza o l’insopportabile pesantezza di una vita mal spesa. Soffocante lo scorrere del tempo accompagnato da scelte sbagliate, dai rimorsi.

L’insaziabile rincorsa del successo, l’ambizione sfrenata, cieca e pesante, gli ordini di scuderia. Schloter viveva solo dopo la separazione dalla moglie nel 2009. Due i figli nati da quel matrimonio. Cresciuto professionalmente alla Mercedes Benz, il manager classe ’63, nato a Erlenbach am Main in Germania, era approdato a Swisscom nel 2000, prendendo la guida della divisione della telefonia mobile. Dal 2006 rivestiva la carica di amministratore delegato dell’intero gruppo.

L’uomo Fastweb

Protagonista indiscusso nel 2007 dell’acquisizione della società italiana Fastweb pagata 4,6 miliardi di euro. Nonostante l’aspetto da uomo di successo impeccabile, brillante, amante della bicicletta e dello sci, nascondeva un’anima appesantita da un malessere profondo, impossibile da sradicare. Non possiamo dire con esattezza quale sia stata la causa di un gesto cosi estremo, ma avvicinandoci con attenzione è stato possibile costatare un’irreversibile erosione di tutti i pilastri fondamentali di quell’esistenza.

Lacerato il pilastro della vita sentimentale: non era un grande segreto, la sensazione d’impotenza, la castrazione di padre costretto a vedere i propri figli solo in alcuni eventi sporadici, rinchiuso nei confini della legge. Nella lettera ritrovata di fianco al suo corpo, sarà lui stesso a parlarne apertamente.

Le responsabilità

Pesante come un macigno la responsabilità del fallimento nel sacro vincolo del matrimonio, la distruzione di quel tetto ideale, la frattura scomposta di una famiglia. Risale a quattro anni prima la storia con una donna più giovane, anch’essa collaboratrice di Swisscom, che presto portò l’uomo a chiedere il divorzio lasciando moglie e due figli. Legalmente il matrimonio ebbe fine, ma i conflitti interiori quelli no, non si acquietarono anzi crebbero a dismisura.

Cominciarono a divorare dall’interno quell’uomo cosi attaccato a quella costruzione di valori da lui stesso creata e poi scardinata. Eroso il pilastro del lavoro: in concomitanza con l’inizio dell’attività investigativa si venne a sapere che proprio il giorno prima del suicidio il manager aveva presentato la propria lettera di dimissioni; lo rivelò il mensile economico elvetico Bilanz. Conclamata rotta di collisione con il presidente del Cda del colosso della telefonia svizzera Hans Ueli Loosli. C’è chi è pronto a giurare che Scholter sia stato vittima di una guerra psicologica durissima.

Gli ultimi mesi sono passati praticamente insonni, non dormiva più. Passava le notti sveglio e non intendeva seguire alcuna terapia. Sgretolato sotto il peso degli altri due il pilastro della propria individualità. Tra le ultime confidenze, di quelle che si fanno con un amico, Cartsen confessò: «Un tempo, quando avevo bisogno di staccare la spina, potevo sdraiarmi in un prato e guardare il cielo per rilassarmi e riflettere. Oggi non lo posso più fare».


(foto fonte web)

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Svizzera fuorigiri: il caso Wauthier

Non è un caso se la Svizzera, a oggi, registra un numero sempre crescente di ricoveri presso cliniche specializzate, in cui sono costretti a curarsi dirigenti d’azienda divorati dai ritmi di lavoro e da carichi disumani. Quasi una consuetudine sentire parlare nell’era dei super-manager degli effetti della sindrome da “Burnout”, ovvero  l’esito patologico di un processo stressogeno che colpisce le persone che esercitano professioni di grande responsabilità, qualora queste non rispondano in maniera adeguata ai carichi eccessivi di stress che il loro lavoro li porta ad assumere. Il burnout comporta esaurimento emotivo, depersonalizzazione, un atteggiamento spesso improntato al cinismo e un sentimento di ridotta realizzazione personale. Poco più di un mese dopo la morte di Schloter un secondo caso scuote il Canton Ticino: la morte di Pierre Wauthier.

Nell’appartamento

La mattina del 27 agosto 2013, nel suo appartamento di Zugo, un paesino nei pressi di Zurigo, gli agenti troveranno solo quel corpo senza vita. Una morte probabilmente autoinflitta, senza spiegazione. Una lettera, un ultimo sfogo prima di addentrarsi nella decisione definitiva. 53 anni e una vita trascorsa tra Francia e Inghilterra prima dell’approdo nel 1996 nel noto gruppo assicurativo svizzero (Zurich Insurance). L’autopsia tolse da lì a poco ogni dubbio.

Wauthier si è ucciso. Le ragioni profonde sono a oggi oscure. Non esistevano retroscena importanti e tristi, come quelli nella vita del dirigente di Swisscom. Il Daily Mail lo descrive come una persona calma e riflessiva, sempre disponibile e che difficilmente si alterava. Non erano palesi segni di squilibrio o malessere interiore, che potessero far presagire una fine cosi inconcepibile.

Terremoto

Intanto ad alcuni giorni di distanza dalla morte del direttore finanziario dell’imponente compagnia assicurativa, in un comunicato stampa, il Presidente del Consiglio di Amministrazione Josef Ackermann ha annunciato le proprie dimissioni con effetto immediato. Profondamente segnato dalla morte di Wauthier ha dichiarato: «Ho motivo di credere che la famiglia pensi che debba assumermi la mia parte di responsabilità. Per evitare qualsiasi danno alla reputazione della società ho deciso di ritirarmi da tutte le mie funzioni».

Tutto lascia intendere una, seppur indiretta, responsabilità nella gestione di Ackermann, accusato anche dalla moglie di Wauthier di aver ossessionato il marito con ritmi di lavoro estenuanti e obiettivi sempre più proibitivi. Un’istigazione al suicidio in piena regola insomma. Prontamente le accuse sono state respinte senza mezze misure dal regista di Deutsche Bank.

Nonostante ciò la lettera d’addio (le lettere d’addio) colma d’accuse contro il sistema asfissiante e il comportamento “troppo duro” del presidente, non lascia indifferenti e non può far altro che aiutare a comprendere come un sistema, basato su stipendi da milioni di dollari a fronte della distruzione psicofisica di un lavoratore, sia esso stagista o top-manager, serva a ben poco.  «La Svizzera, dove carattere freddo ed ego ipertrofici portano molti manager a chiedere aiuto troppo tardi – come sostiene Jenny Gould executive coach della Stp di Oxford – è il focolaio più pericoloso di questo male oscuro.

Ma nessun Paese ne è indenne. E l’unica medicina è riuscire a dire basta senza puntarsi una pistola alla tempia o appendersi a una trave con un cappio al collo».

di Alberto Bonomo

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