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La mia droga si chiama Julie




(foto fonte web)

(foto fonte web)

Alla Réunion, isoletta francese al largo del Madagascar, il ricco proprietario di una fabbrica di tabacco incontra una donna francese conosciuta per corrispondenza: lei è diversa dalla foto che gli aveva mandato, ma è così bella… così la sposa.

Ancora un omaggio ad Alfred Hitchcock (oltre che a Jean Renoir, cui è dedicato il film) da parte di François Truffaut: si è del resto alla fine degli anni ’60, periodo in cui la collaborazione tra i due raggiunge lo zenit con la famosa intervista-fiume dell’uno all’altro che oggi è un must per tutti gli studiosi e appassionati di cinema.



Basandosi ancora una volta su un autore caro a Hitch (“Vertigine senza fine” di William Irish, pseudonimo di quel Cornell Woolrich da un cui romanzo il regista francese aveva tratto “La sposa in nero”), Truffaut narra con la consueta perizia una storia almeno all’inizio d’amor nero in cui il fascinoso Belmondo è una semplice marionetta, completamente soggiogato dalla malia dark blond di un’ottima Catherine Deneuve, degna erede delle impeccabili bionde di Hitchcock.

Il repentino disvelamento dell’intreccio conduce a una seconda parte più stanca e trascinata, in cui le schermaglie amorose tra i due divi sono poco ispirate, che approda a un finale aperto che lascia interdetti. Quasi perfetta, comunque, la prima mezz’ora, impreziosita da tocchi d’artista (le voci fuori campo che spiegano l’accaduto mentre Belmondo è ripreso di profilo che guida nervosamente la sua auto). Impossibile non notare la cretineria del titolo in italiano.

Lo stesso romanzo ha ispirato nel 2001 il maldestro “Original Sin”, ambientato nella Cuba dell’Ottocento con Antonio Banderas e Angelina Jolie al di sotto di ogni vituperio.

François Truffaut, 1969

Recensione di Giuseppe Pastore

http://cinema-scope.org/2007/08/22/la-mia-droga-si-chiama-julie-francois-truffaut-1969/

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