(foto fonte web)

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E’ sera tardi e l’orologio segna le 22.10 mentre un’autombulanza corre contro il tempo nell’estremo tentativo di raggiungere l’ospedale più vicino, prima che quella giovane donna imbrattata di sangue perda definitivamente i sensi abbandonandosi alla morte. Un’inutile corsa purtroppo. Alessandra Iacullo, questo è il suo nome, non raggiungerà mai l’ospedale Grassi di Ostia, il suo corpo privo di vita sì.

E’ il 2 maggio 2013, la notizia della giovane vita spezzata si diffonde immediatamente all’intero del nosocomio in tutti i reparti, ma c’è di peggio: quello che a prima vista poteva sembrare l’epilogo di un dannato incidente stradale, si trasformerà ben presto in un incubo assai più terribile.

Nessuno dei passanti che ha soccorso Alessandra in via Riserva del Pantano, tra Dragona e Ostia antica, poteva immaginare che quella ragazza accasciata sotto il proprio scooter fosse stata in verità brutalmente assassinata. I medici del pronto soccorso sono abituati a fare i conti con le vittime della strada; le ferite riscontrate sul corpo della trentenne romana non erano assolutamente compatibili con quelle dinamiche.

L’autopsia eseguita sul corpo di Alessandra Iacullo presso l’istituto di medicina legale di Tor Vergata cancellerà ogni dubbio. Le ferite d’arma da taglio riscontrate sarebbero diverse e distribuite su varie parti del corpo, al viso, alle braccia; quelle inferte al collo sarebbero le responsabili del decesso.

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Fatale la lacerazione della giugulare e inevitabile la conseguente morte per dissanguamento. Nessuno durante la carneficina ha provato ad abusare sessualmente di lei. Gli investigatori lavorano giorno e notte per ricostruire la tragica sera; si studiano le macchie di sangue sul quel muro che costeggia via Riserva del Pantano teatro dell’omicidio. Casuale il ritrovamento di un fodero per coltello a scatto poco distante dal corpo?

Barlume di luce
Una certezza c’è: Alessandra Iacullo ha tentato fino all’ultimo di difendersi, quell’istinto di autoconservazione che ti spinge a mettere le mani avanti, ad aggrapparti al tuo carnefice con le unghie; grazie al suo coraggio sotto quelle unghie c’è un po’ del mostro; presto sarà possibile conoscere qualcosa di questa figura oscura.

Non c’è denaro dietro quel corpo sfregiato, è evidente, piuttosto una passione vigliacca, malata, malvagia trasformatasi poi in furia ceca. Scavare nella vita delle persone non è cosa semplice, sono tanti gli anfratti in cui è possibile nascondere le proprie intimità e da questo punto vista Alessandra era una ragazza particolare.

Conosciuta da tutti ma in fondo da nessuno, poche le amicizie vere. Una ragazza di quelle che definiremmo “tranquille”, senza grilli per la testa, ancora fresco il dolore per la perdita del padre e l’impegno saltuario come babysitter dalle parti di Dragona.

Le indiscrezioni venute fuori durante le indagini raccontano di una “ragazzona” solare, estroversa e autoironica; da qualche tempo si frequentava sul sociale network facebook con un’altra donna, di 60 anni circa, una relazione fatta di lunghe chiacchierate su tastiera, ancora al vaglio degli inquirenti. Non è escluso che questa donna, la cui identità è ovviamente segreta, possa essere a conoscenza di particolari importanti o addirittura in qualche modo responsabile dell’orrore.

Vita privata
Altri rapporti “sentimentali” di Alessandra Iacullo sono a oggi sconosciuti, ma da quanto accertato fin ora le sue “frequentazioni” erano sia maschili sia femminili; non è sbagliato ipotizzare che nella vicenda possa rientrare un terzo protagonista/pretendente, uomo o donna, ingelosito e ossessionato dalle storie intrigate della ragazza.

Analizzando i tabulati telefonici saltano fuori particolari interessanti, sembra fortemente ipotizzabile che Alessandra abbia sentito al cellulare il suo assassino, prendendo a sua insaputa appuntamento con la morte, nei frangenti di una telefonata. Quanto dovrà passare prima che il tempo ci dica se effettivamente quel mostro ha commesso degli errori?

I delitti d’impeto sono sempre un po’ maldestri, forse c’è ancora speranza che sia fatta giustizia.

di Alberto Bonomo

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