(foto fonte web)
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L’“Età del Jazz” dal punto di vista del più grande autore della narrativa americana di quegli anni.

E’ uscito qualche giorno fa nelle sale italiane uno dei film più attesi del 2013, Il Grande Gatsby, diretto da Baz Luhrmann, regista già noto per Romeo+Giulietta di William Shakespeare (1996), Moulin Rouge! (2001) e Australia (2008). Il film è stato presentato in anteprima europea al corrente Festival di Cannes dopo una portentosa campagna pubblicitaria, e rappresenta la quarta trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Francis Scott Fitzgerald.

The Great Gatsby, questo il titolo originale del libro, è un’opera che in America gode di una straordinaria reputazione. E’, infatti, uno tra i libri più studiati nelle scuole, un grande classico della narrativa americana, nonché uno dei romanzi più rappresentativi dell’ “Età del Jazz”, ovvero quel periodo storico a cavallo tra la fine della prima guerra mondiale e la Grande Depressione.

Quegli anni, tanto per capirci, furono gli anni corrotti del proibizionismo e dell’imminente crisi economica e finanziaria degli USA che culminerà col crollo di Wall Street nel ‘29. La fragilità di quel periodo storico colpì soprattutto i giovani di allora –che, ricordiamolo, erano appena usciti dalla guerra- intrappolandoli in una spirale di forte disagio generazionale, che, soprattutto nelle grandi città, portò i ragazzi delle famiglie “bene” a impantanarsi in una vita piena di frivolezze, eccessi, anticonformismi, scandali e vizi.

In questo contesto è facile comprendere come Scott Fitzgerald, personaggio dal carattere romanticamente disilluso e dalla vita spregiudicata e irrequieta, fosse considerato, oggi come allora, l’incarnazione dello spirito di quegli anni.

Gli inizi

Fitzgerald nasce a St Paul, Minnesota, nel 1896, in una tipica famiglia borghese del Middle West, e si trova fin da piccolo a vivere il contrasto tra l’educazione romantico-idealista, spesso inconcludente, trasmessagli dal padre, e lo stile di vita agiato ma spesso corrotto e apatico della famiglia della madre, appartenente alla “nuova borghesia americana”.

Già da ragazzino manifesta le prime ambizioni letterarie, e nel 1913 si iscrive alla prestigiosa Università di Princeton, dove avrà modo di frequentare gli ambienti letterari universitari e di innamorarsi seriamente per la prima volta, anche se la storia finirà presto.

Zelda

Nel 1917, a causa dello scoppio della guerra, viene arruolato nell’esercito, e lascia l’università senza aver conseguito la laurea. Proprio mentre è sotto le armi conosce ad un ballo Zelda Sayre, figlia di un importante giudice dell’Alabama, con cui si fidanza. Dopo una breve parentesi di guerra in Francia, nel febbraio ‘19 ritorna negli USA. Pieno d’entusiasmo, si presenta alla casa editrice Scribner con un romanzo che aveva cominciato a scrivere fin dai tempi di Princeton, “L’Egoista Romantico”, che però gli viene rifiutato.

Non avendo prospettive di successo, Zelda lo lascia perché non vuole sposare un uomo povero. Fitzgerald non si perde d’animo, e a settembre dello stesso anno, dopo aver revisionato per intero il suo romanzo, lo ripresenta a Scribner col titolo “Al di qua del Paradiso”. Stavolta il libro viene accettato, e Scott raggiunge finalmente l’agognato benessere economico. Il 3 aprile 1920 Zelda diventa sua moglie.

Gli anni dorati

Negli anni successivi, Scott e Zelda fanno la vita delle rockstar nella Manhattan degli anni ‘20. Viaggi, spese esagerate, divertimenti smisurati, alcol, scandali e feste leggendarie: tutto questo fu il pane quotidiano dei coniugi Fitzgerald per anni, e venne riportato da Scott anche nei suoi romanzi e racconti successivi, come “Maschiette e filosofi” (1920), “Racconti dell’età del jazz“ (1922) (tra cui rientra anche “Il curioso caso di Benjamin Button”, oggetto anch’esso di un recente rifacimento cinematografico), fino a “Il Grande Gatsby” (1925). Come lo stesso Fitzgerald scrisse in “Belli e dannati” (1922), “It was an age of miracles, it was an age of art, it was an age of excess, and it was an age of satire.”

Il declino

Per mantenere quel costoso stile di vita, accondiscendere ai desideri di Zelda e, in ultimo, provvedere anche alla figlia, Scottie, nata nel 1921, Fitzgerald comincia ad entrare in un lungo tunnel di declino, che sarebbe durato più di dieci anni. Comincia con il chiedere sempre più spesso anticipi al suo editore e a svendere il suo talento scrivendo racconti di qualità mediocre a ritmo serrato. Appaiono anche le prime avvisaglie di crisi matrimoniale.

Nel ‘26 a Zelda viene fatta la prima diagnosi di schizofrenia, nel ’29 c’è il crollo di Wall Street e nel ’34 la pubblicazione del romanzo “Tenera è la notte” non ottiene il successo sperato. Tutti questi eventi, assieme alla dipendenza dall’alcol, al peggioramento della sua salute (nel ’35 gli fu fatta diagnosi di tubercolosi), alle ricadute della malattia di Zelda e alla grave situazione economica, portano Fitzgerald alla disperazione.

La drammatica testimonianza di quel profondo stato depressivo è data da tre articoli di Fitzgerald, noti come “The Crack-Up”, pubblicati nel 1936 sulla rivista Esquire.

Gli ultimi anni del “povero vecchio bastardo”

Alla ricerca disperata di quel “secondo atto” della sua vita, nel 1937 Fitzgerald si trasferisce a Hollywood per un contratto come sceneggiatore con la MGM, e intraprende una nuova relazione fissa. Nel ’38, tuttavia, un’ultima delusione professionale lo porta ad avere un nuovo tracollo psicologico e a ricominciare a bere. Dopo parecchi mesi di crisi, ormai disincantato, Fitzgerald comincia a scrivere il suo ultimo capolavoro, “Gli ultimi fuochi”, ma il romanzo rimarrà incompiuto, perché morirà nel dicembre 1940, a 44 anni, praticamente dimenticato.

F. Scott Fitzgerald morì con la convinzione di essere un fallimento. In effetti, è curioso pensare che durante la sua vita nessuno dei suoi lavori ricevette dalla critica o dal pubblico niente di più di un modesto successo, mentre la potenza espressiva dei suoi romanzi venne scoperta veramente solo dopo la sua morte.

Quel “The Great Gatsby” passato poco più che inosservato al momento della pubblicazione, divenne la quintessenza della narrativa americana. L’unica a riconoscere il vero talento di Fitzgerald fu l’amica e scrittrice Dorothy Parker, che al funerale di Scott, citando proprio una frase de Il Grande Gatsby, salutò per l’ultima volta Fitzgerald definendolo un “povero vecchio bastardo”.

di Chiara De Angelis

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