lockheed martin aerei

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Sfide nei cieli della politica: come giudicare gli acquisti degli aerei militari?

F-35, colpito e affondato. Si è scatenata una vera e propria battaglia mediatica intorno ai costosissimi aerei da guerra che da inizio anno l’Italia ha ‘prenotato’ alla fabbrica militare statunitense Lockheed Martin, nonostante le molte proteste dei cittadini.

Proteste che – neanche a dirlo – sono legate al tutt’altro che contenuto prezzo dei caccia, in un periodo in cui la crisi economica imporrebbe al governo priorità diverse, magari legate al sociale.

Il flirt tra l’Italia e gli F-35 comincia lo scorso febbraio, quando il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola annuncia fieramente l’acquisto di 130 aerei militari, cui segue una dichiarazione del responsabile della spesa bellica Claudio Debertolis, che indica un costo di 60 milioni di euro per ogni pezzo.

Comincia le guerra mediatica

Una cifra complessivamente esorbitante, che suscita immediate proteste e indignazione tra i vari comitati anti-guerra e che presto fa il giro del web, coinvolgendo nella mobilitazione mass media e social network. Per gli italiani, insomma, l’acquisto dei caccia non s’ha da fare.

A questo punto il ministro De Paola non può rimangiarsi l’impegno con gli americani, ma riesce a trovare un compromesso, riducendo il numero di aerei messi in carrello da 130 a 90. Sospiro di sollievo? Macché.

La settimana scorsa il magazine militare Analisi-Difesa (che circola soprattutto nell’habitat caserma) ha riportato una seconda versione di Debertolis a proposito del costo degli F-35, non più ammontante a 60 milioni di euro cadauno, bensì a 100 milioni: praticamente il 60% in più rispetto a otto mesi fa.

Ma che cosa è successo dallo scorso inverno? Perché il prezzo è lievitato in questo modo? Le risposte più papabili sono due: nel primo caso, il governo ha appositamente nascosto (almeno inizialmente) la reale spesa per provare a limitare l’indignazione dei cittadini; altrimenti è possibile che la Lockheed Martin abbia aumentato i prezzi singoli, a fronte di un ordine ridimensionato.

Il fine e i mezzi

Resta il fatto che, come riportano i principali quotidiani italiani, il governo sta comprando i caccia da guerra più costosi sul mercato bellico e non si capisce bene per farne che cosa.

Altro punto oscuro della vicenda è il recupero dell’investimento, cosa facilissima nei progetti presentati a febbraio e ora più che mai in bilico. Ai tempi si parlava della possibilità di costruire parte dei velivoli a Cameri, in provincia di Novara, nello stabilimento Almenia. Un progetto evidenziato con grande enfasi dalla giunta regionale piemontese, guidata dal leghista Cota, spalleggiato dall’ex ministro Umberto Bossi.

A riportare tutti sulla terra, è un reportage di Teodoro Chiarelli su La Stampa di qualche giorno fa: i lavori nell’impresa di assemblaggio novarese non procedono, i posti di lavoro promessi non si vedono e – notizia delle notizie – da pochi giorni Debertolis ha aggiunto un tassello al suo puzzle, dichiarando che il recupero sul finanziamento tramite l’Almenia, oggi non è più garantito.

Morale della favola, ci ritroveremo con 90 caccia da combattimento nuovi dal 2015, dopo aver speso 130 milioni di euro ciascuno (considerati anche gli impianti elettronici extra-budget) e senza la possibilità di recuperare parte della spesa. E tutto questo mentre un altro ministro, Elsa Fornero, sta ancora litigando con la calcolatrice per sapere quanti sono gli esodati in Italia.

Vale la pena impiegare una somma così alta nell’industria bellica? La sensazione è quella che ancora una volta saranno i cittadini a essere colpiti e affondati.

di Luca Romeo

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