Si tratta della “Legge Europea 2017”, il cui primo firmatario è Paolo Gentiloni: questione di ore e verremmo monitorati, schedati, archiviati. I nostri dati sensibili, le nostre ricerche, il nostro comportamento in internet e le nostre conversazioni. Tutte. Siano esse scritte o telefoniche. E resteranno a disposizione dei richiedenti per ben 6 anni.

Se pensate che si tratti di un esperimento sociale in stile “Grande Fratello”, spiace deludervi, perché è ciò che sta accadendo in queste ore, nel più totale silenzio stampa.



La legge di cui parliamo è di quelle che passa attraverso il canale indiscutibile dell’urgenza, del pericolo imminente quasi, quindi approderà alla via definitiva senza dover subire l’allungamento dei tempi che sempre produce una discussione parlamentare. Detto fatto, entro il fine settimana corrente, quindi a distanza di poche ore da questo momento, verrà applicata in Italia la legge-bavaglio.

La sottigliezza è stata inserirla nel testo per  le “Disposizioni per l’adempimento degli obblighi derivanti dall’appartenenza all’UE” giusto per renderla intoccabile.

Vediamo di che si tratta e vediamolo prima che cali il sipario sull’informazione.

Le normative che avrebbero dovuto far discutere, se solo fossero state divulgate, sono sostanzialmente due:

  1. prevede che tutti datti inviati dai nostri dispositivi, siano pc, tablet, o smartphone, e immessi in internet, vengano intercettati e archiviati. Per un tempo pari a 6 anni, ovvero un tempo massimo nettamente superiore alle normative attualmente vigenti a livello internazionale. Va naturalmente riferito che una debole protesta in tal senso, il Garante per la (defunta) Privacy, Antonello Soro, l’abbia pur sollevata.
  2. La seconda disposizione assume ancora toni peggiori, se possibile, e stabilisce che l’Agcom (Autorità per le garanzie delle comunicazioni) svincolato dall’autorizzazione di un magistrato, quindi in azioni totalmente arbitrarie, possa intervenire sui contenuti della vostra navigazione e bloccarvi l’accesso a siti o informazioni in via “cautelativa”.

I provider italiani, fino ad oggi, erano chiamati a conservare le comunicazioni degli utenti, che si trattasse di dati sensibili, di comportamenti in internet (pensiamo alle pagine visitate, o ai contributi nei forum, o alle attività svolte nel e dal nostro profilo Facebook) o delle nostre conversazioni telefoniche private. La motivazione era legata alla lotta al terrorismo e, a mezzo richiesta di un magistrato, erano tenuti a fornire questa documentazione.

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