(foto fonte web)

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Il tema della deprivazione sociale infantile e dell’aggressività     

Io non credo che tutti gli uomini siano uguali…
«…poiché la nostra caratteristica essenziale è proprio di essere individuali e diversi. Ma l’individualità e la differenza non sono dovute soltanto alle qualità che ci capita di avere alla nascita. V’è un nucleo essenziale del nostro essere, ancora mal definito e mal compreso, che, godendo di questa libertà, sorge e si sviluppa, quasi come il nascere, e che ci libera e ci separa da influenze intrinseche, e in seguito determina la nostra condotta e il nostro sviluppo morale.

La moralità sociale dipende dalla capacità dell’individuo di prendere decisioni responsabili, di fare la scelta fondamentale tra il giusto e l’ingiusto; questa capacità deriva da questo misterioso nucleo – che è l’essenza stessa della persona umana» (Gitta Sereny, In quelle tenebre). 

Gitta Sereny fu una celebre giornalista britannica che intervistò il boia di Treblinka e l’ex ministro di Hitler, Speer. Si spense all’età di 91 anni, dopo aver dedicato la sua vita raccontando nei suoi romanzi le tematiche degli abusi durante l’infanzia e della deprivazione sociale durante l’Olocausto. Nei propri studi, la giornalista puntò l’accento sull’importanza eccezionale della fase dello sviluppo nei primi anni di vita.

La teoria dell’attaccamento di Bowlby (1988) indica come lo sviluppo sociale di un bambino dipenda essenzialmente dal contesto in cui nasce e cresce, ossia dal legame precoce che realizza con le figure di attaccamento, in particolar modo con la madre. Queste condizioni costituiscono le fondamenta per determinare ciò che il bambino diventerà da adulto, quindi l’esperienza di sé e l’interazione con gli altri modellando il carattere e la personalità.

Qualsiasi evento che si verifichi in questa fase, può alterare l’equilibrio madre-figlio, determinando un’alterazione del corretto sviluppo sociale contribuendo all’insorgenza di disturbi associati al comportamento.

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Gli orfanotrofi in Romania  
Nel XX secolo Gitta Sereny si rifece alla teoria della deprivazione fisica e sociale durante l’infanzia, per motivare l’odio e la violenza alla base dei crimini atroci condotti durante il regime nazista. La scrittrice descrisse in una delle sue opere, In quelle tenebre, la sua esperienza di vita a contatto con i bambini strappati alle famiglie di appartenenza durante la seconda Guerra Mondiale.

La giornalista racconta dei bambini polacchi ed ucraini sottratti alle famiglie originarie ed adottati dai nazisti, per le loro caratteristiche fisiche conformi alla razza ariana. Furono proprio questi stessi bambini, una volta cresciuti, spinti dalle ideologia nazista, a compiere i più cruenti sterminii contro gli ebrei.

Uno dei casi più noti di deprivazione sociale è quello dei bambini tenuti negli orfanotrofi rumeni durante gli anni ’80 e descritto dallo psichiatra inglese Michael Rutter. Durante il regime dittatoriale di Nicolae Ceausescu la maggior parte dei bambini rumeni fu rinchiusa all’interno di istituti, in condizioni estreme di privazioni fisiche e sociali.

Quando negli anni ‘80 la dittatura terminò un largo numero di bambini fu adottato da famiglie inglesi e la maggior parte di essi era denutrita e non mostrava risposte sociali. Presentavano deficit del linguaggio, comportamenti ossessivi e difficoltà di apprendimento; sebbene alcuni di essi mostrarono miglioramenti sociali e guarirono, per il altri il recupero non avvenne mai.

Il periodo post-bellico
Una volta finita la guerra, Gitta Sereny si dedicò allo studio dei meccanismi alla base dei comportamenti  di odio e di violenza del regime nazista,associandoli  alla deprivazione sociale ed alla crescita in contesti pieni di violenza e di odio, analizzando il caso di Mary Bell, una ragazzina di undici anni che nel 1968, insieme ad una complice uccise due bambini di 3 e 4 anni;  il libro diviene una pietra miliare nello studio della criminalità infantile (Grida dal silenzio, 1999).

Secondo la maggior parte delle teorie psicologiche, il comportamento aggressivo è associato ad esperienze di deprivazione subite durante l’infanzia, quindi viene esclusa l’esistenza di una vera e propria pulsione aggressiva; si ritiene che l’aggressività sia una reazione alla presenza di  frustrazioni, ma ad oggi non presenti studi  che dimostrino che le esperienze di privazione subite durante l’ infanzia, possano condurre ad un aumento di comportamenti aggressivi.

di Alessia De Felice

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