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Della vicenda legata al giovane Federico Aldrovandi, massacrato a soli diciotto anni nel settembre del 2005, non si è mai smesso di parlare. La prima sentenza dice: «Eccesso colposo nell’omicidio», alludendo alla violenza usata sul ragazzo da quattro poliziotti a Bologna, la sera della sua morte. Secondo gli agenti, il giovane era in avanzato stato di ebbrezza e sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, «un invasato in evidente agitazione» – citando le parole di Adriano Chiarelli, autore di Malapolizia – quanto basta per accerchiarlo e colpirlo ripetutamente e con estremo impeto, tanto da spezzare due manganelli e schiacciare il torace del diciottenne, che muore sul colpo.

Una sorta di pena di morte senza reato che non può passare inosservata tra l’opinione pubblica italiana, con l’iper-utilizzato slogan «Un ragazzo è stato suicidato» e un estratto del brano Un blasfemo di Fabrizio De André, che è stato citato decine di volte da chiunque volesse fare emergere e difendere la posizione di Federico: «Non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte/ mi cercarono l’anima a forza di botte».

La morte «per un malore», immediatamente e ufficialmente constatata, non è un’ipotesi plausibile per i familiari della vittima, che si accorgono dei segni delle percosse sul corpo di Federico, poi accertate a 54 lesioni e lividi sparsi per il suo corpo.

Il parziale accantonamento del caso, spinge la madre del giovane ad aprire un blog su internet, spiegando i particolari dell’omicidio e ridando linfa vitale alle indagini e il 20 febbraio del 2006 la perizia del medico legale disposta dal Pubblico Ministero conferisce la cause della morte all’assunzione di un cocktail di droga e alcool, opzione smentita (oltre che dagli evidenti segni delle percosse) otto giorni dopo da un’autopsia che rileva «un’anossia posturale» (mancanza di ossigeno alle cellule che porta alla morte dei tessuti) dovuta al caricamento dei poliziotti sulla schiena della vittima. Le dosi di alcool e sostanze stupefacenti assunte, invece, non andavano oltre i limiti che le avrebbero potute rendere letali.

Nel marzo dello stesso anno, si comincia a parlare di omicidio colposo da parte dei 4 agenti, Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri, rinviati a giudizio nel gennaio del 2007 e condannati in primo grado nel giugno 2009, per eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi, pena confermata in appello.

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Per la condanna definitiva, al terzo grado di giudizio della Cassazione, bisogna aspettare il giugno 2012 (quasi sette anni dopo il decesso di Federico) con gli agenti che prendono 3 anni e 6 mesi. La legge italiana dell’indulto, ha comunque escluso dalla pena un totale di 3 anni per ogni condannato, con il Tribunale di Sorveglianza di Bologna che la scorsa settimana (il 29 gennaio 2013) ha decretato il carcere per i residui 6 mesi (tranne che per Pontani, per il quale si deciderà il 26 febbraio).

Nella vicenda, restano molti lati oscuri. Il Pm, prima di tutto, non è andato – come normale in queste circostanze – a valutare la scena del decesso e non ha disposto il sequestro per l’automezzo sul quale secondo gli agenti si sarebbe ferito Aldrovandi, né i manganelli rotti, che nella più agghiacciante (ma purtroppo verosimile) delle ipotesi potrebbero essersi frantumati proprio sul corpo del ragazzo.

Perché non fare chiarezza su questioni che potrebbero essere fondamentali per giungere alla verità sulla vicenda?

 «Ora, mi auguro che vengano licenziati» dice a La Repubblica di Bologna la madre della giovane vittima all’indomani della decisione del Tribunale, ipotesi per il momento esclusa dal segretario del Coisp, il sindacato indipendente della Polizia, Franco Maccari, che ha specificato quanto la misura «non sia prevista da alcuna norma».

Si scatena anche la politica, tra Vendola (Sel) che pretende l’introduzione del reato di tortura e Mazzanti (del neo-partito di La Russa Fratelli d’Italia) che invece giudica come «una vergogna» la detenzione degli agenti.

Insomma per qualcuno un reato tanto grave dovrebbe comportare molto più che sei mesi di carcere, per altri la pena per i quattro agenti è fin troppo severa. Quattro poliziotti che non hanno mai chiesto il perdono della famiglia per «l’eccesso colposo nell’omicidio» di un ragazzo di diciotto anni e che non si sono mai detti pentiti. Probabilmente delle scuse e un pentimento postumo non serviranno a molto, ma stiamo parlando di membri di un corpo di difesa nazionale, di agenti pagati per proteggere i cittadini.

La vicenda di Aldrovandi, con queste premesse, sarebbe potuta finire in tutt’altro modo.

di Luca Romeo

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