(foto fonte web)

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Nessun risvolto positivo nelle indagini da quando più di un anno fa, nei pressi di Roma, lungo la via Ardeatina, all’altezza di Porta Medaglia fu ritrovato il corpo senza vita di una donna non identificata, abbandonato tra l’erba alta a pochi metri da una piazzola di servizio.

Il fatto che già di per sé rappresenta un evento che lascia sconvolti, anche gli adetti ai lavori, è reso ancor più orrendo dalle brutali modalità con cui l’assassino ha infierito sul corpo della donna. L’evento ha ben poco di umano. Ma andiamo con ordine.

La scoperta del cadavere.

È la mattina dell’8 marzo 2011, l’allerta è stata lanciata da uno dei tanti camionisti che percorrono il tratto di strada interessato; quest’ultimo insospettito dalle sembianze umane di una sagoma a poco più di un metro dal ciglio della strada, avvolta dalla vegetazione circostante, si avventura con lo sguardo per saziare la propria curiosità.

Basteranno pochi attimi per comprendere l’inquietante scoperta. All’arrivo della Polizia lo scenario che si presenta è una piccola porzione di prato sul quale giace il corpo di una donna priva di testa, di gambe e organi interni. Le braccia risultava aperte, alcune unghie smaltate, indossa i vestiti, una giacca nera e una maglietta chiara.

I dettagli di un corpo straziato

L’esame autoptico dei resti ha lasciato poche certezze agli inquirenti, se non il sesso della vittima e il fatto che sia di carnagione chiara tra i 20 e i 40 anni. Il medico legale, nella propria relazione, afferma che presumibilmente il corpo giaceva nelle condizioni di ritrovamento da circa 48 ore e che la donna era stata uccisa con tre o quattro fendenti da una lama lunga e affilata (i segni sono visibili sul tronco).

Probabilmente l’assassino aveva appeso il corpo a testa in giù, come in un macello, e ha poi troncato con un accetta gli arti e la testa (si tende a escludere l’uso di una motosega, come in un primo momento si era ritenuto).

Ma non è tutto. Ciò che rimane del corpo era stato svuotato da visceri, cuore e polmoni, proprio come avviene con gli animali da carne. Secondo gli inquirenti le amputazioni sul corpo della donna, e soprattutto le asportazioni degli organi interni, sarebbero state eseguite da una mano molto esperta.

Per trasportare il cadavere pare che l’assassino abbia introdotto un cavo di ferro attraversando l’interno tronco, agganciato a un’estremità. L’intera sagoma sarebbe stata poi caricata su un’auto, come una valigia, per poi abbandonarla.

Infine l’autore di questo massacro avrebbe poi rivestito il cadavere e lo avrebbe portato là dove è stato ritrovato. Tale elemento è puramente deduttivo in quanto sia l’erba su cui era adagiato il corpo, sia i vestiti indossati, erano scarsamente interessati da versamenti ematici.

Vani i tentativi da parte degli investigatori di poter risalire all’identità del cadavere tramite le impronte digitali. La donna non è schedata. Difficile il compito di ricostruire il vissuto della vittima che possa aiutare o indirizzare le indagini verso una strada ben precisa.

La campagna dove il cadavere della vittima è stato trovato si trova a sud-est della Capitale, fra la via Laurentina e la via Ardeatina, in prossimità del Parco pubblico dell’Appia.

Da sottolineare come Porta Medaglia, in particola modo, sia meta frequentatissima da prostitute, indifferentemente di giorno come di notte, quasi tutte straniere, che si offrono a clienti occasionali e spesso si appartano poco oltre il ciglio della strada. Potrebbe essere questa la pista da seguire? Gli inquirenti sospettano che la donna uccisa possa essere una di loro e che sia stata caricata in auto dall’assassino, che poi avrebbe agito al sicuro in un altro luogo.

Dal giorno in cui è stato ritrovato il corpo però, le prostitute sono sparite. Terrore per l’ accaduto o nessuna di loro ha interesse a parlare per riferire notizie utili?

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Reliquie o depistaggio: lo strano destino degli organi.

L’efferatezza delle fasi successive al terribile omicidio hanno giustificato le ipotesi più pessimistiche. Gli investigatori non nascondono che si potrebbe trattare dell’opera di un serial-killer dai forti tratti narcisistici, il quale ha voluto rendere eclatante il suo gesto. “È come se avesse voluto dirci: Guardate cosa sono capace di fare”.

Se ciò che rimaneva del cadavere fosse stato seppellito o nascosto, anche in una discarica, probabilmente non sarebbe mai stato ritrovato. Al contrario, l’assassino lo ha deposto a un paio di metri dal ciglio della strada, tanto è vero che il camionista lo ha scorto senza molte difficoltà dalla postazione-guida dell’automezzo.

Possibile che gli organi strappati dal corpo della donna siano stati utilizzati per nutrirsi o peggio ancora come feticci da contemplare? È l’ultima pista investigativa che si affaccia sempre più insistentemente.

Un caso che per la polizia “non ha precedenti in Italia”. Secondo gli inquirenti, infatti, l’omicida “non avrebbe asportato gli organi per facilitare il trasporto del cadavere”. Cuore, polmoni, fegato, pancreas e interiora sono stati portati via da quel corpo come fossero reliquie.

Il delitto ricorda molta la “Dalia nera” di Los Angeles. Si chiamava Beth Short ed aveva appena 22 anni quando fu ritrovata tagliata nettamente a metà in un prato alla periferia di Los Angeles il 15 gennaio 1947. Sono passati 59 anni e l’autore di quel terribile crimine non è stato mai individuato.

Il delitto di via Ardeatina ricorda, almeno in parte, quell’efferato precedente. James Ellroy ne ha tratto uno dei suoi romanzi migliori. Una cosa è certa, potrebbe passare alla storia come “l’omicidio della via Ardeatina”, uno dei più incredibili fatti di sangue avvenuti a Roma dal dopoguerra ad oggi.

di Alberto Bonomo

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