(foto fonte web ottimizzata per altriconfini)
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Da quando un tram chiamato ‘crisi economica’ ha investito l’Italia, parole come spread, bund e btp, a lungo ignorate dai giovani che uscivano da scuole e università, sono sulla bocca di tutti.

Ma ci sono altre parole che preoccupano in misura maggiore i neo-lavoratori (o neo-disoccupati, dipende dal punto di vista): articolo 18, posto fisso, licenziamento. Il primo è stato indebolito, il secondo è diventato un’utopia, il terzo una terribile realtà.

L’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori era sostanzialmente una fondamentale garanzia per i dipendenti assunti a tempo indeterminato (si parla delle imprese con più di 15 impiegati), i quali non potevano essere licenziati se non per giustificati motivi di tipo disciplinare o per gravi danni causati all’azienda.

Con la riforma Fornero, approvata in estate, è stato aggiunto nel mercato del lavoro il licenziamento “per cause oggettive o economiche”: in poche parole i datori hanno la possibilità di lasciare a casa un dipendente dando semplicemente la colpa alla crisi.

Se prima, per tali motivi, l’impiegato aveva diritto all’immediato reintegro, ora si dovrà accontentare di un indennizzo da parte dell’azienda e rispolverare il vecchio Curriculum Vitae che sperava non dover più utilizzare.

In un mercato del lavoro che sta diventando sempre più una guerra, i soldati-dipendenti sono stati privati del loro fedele giubbotto anti-proiettili, quell’articolo 18 che, quantomeno, garantiva la sicurezza del posto di lavoro per gli assunti a tempo indeterminato.

Per chi non ha un posto fisso, ça va sans dire, ottenere quello che dovrebbe essere un diritto è diventato un privilegio. Tra contratti a progetto, di apprendistato e stage poco retribuiti (quando va bene) per un giovane, avere un posto fisso è davvero un miraggio.

L’ultima rilevazione effettuata dall’Istat sulla disoccupazione giovanile in Italia, risalente allo scorso maggio, ravvisa uno sconfortante 36%, che si riferisce ai ragazzi dai 15 ai 24 anni in cerca di lavoro.

Peggio di noi Grecia e Spagna, che sfondano il muro del 50%, ma il dato del Belpaese resta comunque preoccupante, se si pensa che la media europea gravita intorno al 20% e in Germania è addirittura sotto il 10%.

La disoccupazione giovanile si incontra e si scontra poi con la cosiddetta ‘disoccupazione intellettuale’, quella che riguarda i laureati che non trovano lavoro nel campo in cui hanno studiato.

L’età si alza dunque dai 25 ai 30, ma le possibilità di impiego restano tragicamente basse. Che possibilità hanno, quindi, questi novelli dottori? Accontentarsi di contratti a progetto in cui guadagnano poco o niente; vanificare anni di studio accettando lavori non attinenti al percorso universitario, ripiegano sul ruolo di operaio o di commessa; saltare al di là delle Alpi e firmare contratti d’oro (anche oltre i tremila euro) in paesi come Svizzera e Germania.

È la fuga di cervelli, bellezza. Cervelli italiani di ingegneri, scienziati e ricercatori, costretti a scappare dal proprio Paese pur di lavorare alle condizioni che meritano, con un contratto a tempo indeterminato e uno stipendio che in Italia sarebbe da sogno.

Benvenuti nella giungla, pardon, nel mondo del lavoro giovanile in Italia.

di Luca Romeo

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