(foto fonte web)
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Il 41 bis torna a far parlare di sé.

Dopo la grande manifestazione a Parma dello scorso 25 maggio, la legge sul carcere duro torna con prepotenza sui quotidiani italiani. Questa volta, a emergere non è il problema delle condizioni quasi disumane a cui sono sottoposti i detenuti, bensì l’apertura di nuove aree in Sardegna, destinate ai boss mafiosi.

A Sassari, infatti, è stato da poco reso disponibile il nuovo carcere di Bancali – come riportato da Pier Luigi Piredda sul giornale locale La nuova Sardegna – destinato, appunto, alla detenzione secondo il 41 bis. Tra gli ‘ospiti’ illustri di questa struttura, dovrebbe esserci anche il “capo dei capiTotò Riina, che qui continuerebbe a scontare il suo ergastolo.

Le reazioni politiche

La decisione del ministero dell’Interno di aprire questo nuovo carcere, non è però piaciuta alla politica. Proteste bipartisan sono arrivate dal deputato Pdl Mauro Pili e dall’europarlamentare del Pd Pino Arlacchi. Per il primo, l’apertura di Bancali sarebbe «un ulteriore schiaffo alla Sardegna», che rischierebbe di trasformale l’isola «nella nuova Caienna», alludendo alla capitale della Guyana francese, tristemente nota in passato per le sue prigioni.

A spaventare i politici, è soprattutto il fatto che molti esponenti della malavita potrebbero arrivare a contatto nel carcere e magari collaborare per proseguire con gli illeciti. «Bisogna opporsi con tutte le forze a una decisione inconcepibile – afferma Arlacchi – che rischia di provocare un danno gravissimo alla Sardegna sia sul piano sociale, sia sul piano economico e anche su quello dell’immagine». E ancora: «Anziché sparpagliare i boss nelle carceri di tutta Italia per tenerli il più lontano possibile tra loro, li stanno accorpando».

Il punto della situazione

In realtà sarebbe riduttivo parlare di accorpamento di mafiosi nei carceri adattati al 41 bis e anche insinuare pericoli per una collaborazione dall’interno dei boss. Il discorso sul regime duro è ben più ampio.

A partire dai contatti tra i detenuti: il 41 bis prevede, infatti, solamente due ore d’aria al giorno e con altri  tre reclusi scelti dalla direzione del carcere. I tre, inoltre, non hanno la possibilità di scambiarsi nulla, neppure un libro, e sono strettamente sorvegliati dai Gom, che sostituiscono le classiche guardie penitenziarie. Nelle restanti 22 ore di giornata, i detenuti restano isolati nella propria cella. Per quanto riguarda il colloquio con esterni (i parenti più stretti) il tempo massimo è di un’ora al mese, che in caso di impossibilità – e con lo spostamento in Sardegna l’eventualità non è da escludere – viene sostituito da una telefonata di dieci minuti.

Infine, al regime di carcere duro non vengono condannati soltanto i membri della criminalità organizzata, ma anche altri detenuti come i prigionieri politici o chi, più banalmente, si è distinto durante una pena minore per la cosiddetta cattiva condotta.

Il polverone alzato dai politici sul carcere di Sassari, dunque, potrebbe in fin dei conti rivelarsi come un finto problema: la comunicazione con l’esterno e la gestione degli illeciti sarà un’impresa molto ardua per i detenuti di Bancali, persino per il capo dei capi.

di Luca Romeo

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