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«Non aspettare la rivoluzione: quelli che promettono la rivoluzione sono buffoni come gli altri. Fai tu stesso la tua rivoluzione. Essere uomini liberi, vivere da compagni».

Questo è stato il motto, l’emblema che ha segnato il marchio di quella generazione che fra il 1911 ed il 1912, violando i codici sociali, cercò la libertà a modo proprio. E’ la storia della Banda Bonnot, che nel panorama criminale occupa un posto di rilevo per avere rivoluzionato il sistema dell’esproprio proletario con l’uso dell’autovettura.

Facciamo un passo indietro, siamo ad inizio secolo novecento, l’ Europa sta costruendo un’identità ancora precaria in roventi spaccature sociali e tensioni territoriali che condurranno alla I guerra mondiale. Proprio a ridosso di quella che sarà la ‘Grande Guerra’, una banda di anarchici e libertari, attraverso l’esproprio popolare, cerca di risanare quei giacimenti svuotati della ‘giusta economia’, con rapine ed assalti mirati.

Jules Bonnot è il deus ex machina, colui che riesce a raggruppare adepti per realizzare la fusione più meticcia ed impensabile: lo sposalizio fra anarchia e rapina che da qui farà sorgere l’appellativo di ‘anarco- rapinatori’. Strutturata su un sodalizio che non prevede un vero e proprio leader, la Banda Bonnot mette a segno colpi che soprattutto incidono in una valenza ideologica, in un messaggio sociale da inviare al potere: il sistema capitalista genera ingiustizia e va attaccato ad ogni costo.

La profonda coerenza dell’etica criminale degli atti compiuti dalla banda, è riscontrabile dalle risultanze delle rapine che prevedono non un arricchimento personale, ma un finanziamento del libertismo francese e delle classi disagiate.

La banca Société Générale in via Ordener a Parigi ( in cui viene utilizzata l’autovettura per la prima volta nella storia delle rapine ), la banca “Société générale” di Chantilly, sono gli obiettivi più fruttuosi della banda che prosegue in attacchi verso abitazioni private di professionisti, sottrazione di autovetture di lusso ed altri colpi con cospicui bottini.

Una sorta di Peter Pan ante litteram, questa banda, che però ha un tragico epilogo.

Tali gesta criminali, ormai considerate dai sodali una sorta di sfrontata irriverenza nei riguardi di determinate caste sociali, spingono la borghesia del tempo a pressare la Polizia alla ricerca dei criminali e per gli uomini dell’ “Ideé Libre”, arriva presto la fine. Jules Bonnot viene prelevato ed arrestato a casa da fiancheggiatori anarchici dopo una sparatoria, altri finiscono agli arresti previa delazione o attività di spionaggio sul territorio ( che oggi si chiamerebbe humint), altri vengono individuati dopo giorni.

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Le pene, seppur esemplari, non sono uniformi e dopo un processo, definito da molti ideologico e di classe, la corte sentenzia:

– Antoine Gauzy: 18 mesi

– Edouard Carouy : lavori forzati a vita ( successivamente morto per suicidio)

– Marius Metge: lavori forzati a vita;

– Judith Thollon: 4 anni;

– Georges Dettwiller: 6 anni di carcere

– Eugene Dieudonné : condannato ai lavori forzati, evaderà dal carcere presso lo Stato del Guiana

– Victor Serge: 5 anni di carcere

– Rirette Maitrejean: assoluzione.

– André Soudy: condanna a morte;

– Etienne Monier: condanna a morte

– Raymond Callemin: graziato.

Un illegalismo che trova affondo nella poesia quando il fondatore, ormai braccato ed allo stremo delle forze, prima di morire sotto una coltre di bossoli infuocati, lascia questo suo testamento morale: «Era la felicità che avevo inseguito per tutta la vita, senza esser capace neppure di sognarla.

L’avevo trovata, è scoperto che cosa fosse. La felicità che mi era sempre stata negata, avevo il diritto di viverla quella felicità. Non me lo avete concesso. E allora, è stato peggio per me, peggio per voi, peggio per tutti. Dovrei rimpiangere ciò che ho fatto? Forse. Ma non ho rimorsi. Rimpianti sì, in ogni caso nessun rimorso…»

Oggi la Banda Bonnot continua a rivivere in film e libri che rievocano le gesta e consegna alla storia del crimine, un’ epopea immortale

di Domenico Romeo

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