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“Spazio, ultima frontiera”. Molti indubbiamente avranno riconosciuto in queste tre parole una delle frasi più famose se non la più famosa della storia della fantascienza, al pari del “Io sono tuo padre” del secondo episodio della trilogia originale di Star Wars e del “Mi spiace, Dave.

Purtroppo non posso farlo” di “2001: Odissea nello Spazio”. Trattasi infatti delle prime tre parole dell’introduzione, originariamente interpretata da William Shatner, di una delle serie che hanno fatto la storia della televisione e del cinema, recentemente ravvivata con successo da J. J. Abrams: Star Trek.

Nata nel 1966, la serie era figlia del suo tempo, periodo nel quale l’umanità intera era affascinata dal sogno dell’esplorazione spaziale cavalcando quel sentimento, quel guardare alle stelle ed al cielo di un’intera generazione, Star Trek lo ha tenuto vivo e fresco anche anni dopo l’avvenuto primo sbarco sulla luna di Apollo 11, il 20 luglio del 1969.

La missione attuata da Neil Armstrong e Buzz Aldrin è tuttavia il risultato ultimo di una serie di altre missioni, tutte preparatorie in visione dello step finale, tutte annoverate nello “Apollo Program”. Dopotutto, se c’è stato un Apollo 11, logica detta che vi sia stato un Apollo 10 ed un 9 ed un 8 e così via. Quello che forse pochi oggi sanno è che la prima missione mai denominata con il nome dell’antico dio del sole fu forse uno dei peggiori primi passi della storia.

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La missione, inizialmente denominata “Apollo Saturno-204” (o AS-204 in breve), era stata progettata come la prima operata da esseri umani. Prima di allora, infatti, tutti i vari velivoli lanciati fuori dall’orbita terrestre erano stati privi di equipaggio. Il 21 marzo del 1966 vennero annunciati i nomi dei piloti: Virgil Grissom, Edward H. White e Roger B. Chaffee. A loro si deve il cambio di nome nel più orecchiabile e facile da memorizzare “Apollo 1”.

Tuttavia, problemi si presentarono già nella fase di costruzione del modulo di comando. Essendo il primo della sua specie, era molto più grande e complesso di qualunque altro velivolo costruito prima di esso. Alla consegna al Kennedy Space Center aveva 113 modifiche non previste, e più di altre 600 furono effettuate nel corso del programma, con una frequenza tale che i tecnici responsabili del simulatore di volo non riuscirono ad implementarle tutte.

La cosa che più preoccupava Grissom e i suoi colleghi, tuttavia, era l’alta percentuale di materiali infiammabili presenti nel modulo, come nylon e velcro. Grissom, comandante della missione, pretese la loro rimozione ma non verificò mai se l’operazione avvenne effettivamente.

La tragedia si consumò il 27 gennaio -la recentemente passata Giornata della Memoria per le vittime dell’Olocausto- del 1967, durante un test a terra per determinare l’effettivo funzionamento del modulo separato dal resto del vascello. Successive investigazioni rivelarono che la scintilla partì da un cavo che era stato privato dal suo materiale isolante dai continui accessi al modulo.

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Inoltre provarono anche che i materiali infiammabili, che tanto preoccupavano l’equipaggio, non erano mai stati rimossi e aveva permesso alla scintilla di divampare, provocando un incendio che avvolse il modulo e uccise Grissom, White e Chaffee. I responsabili del test “non riconobbero il test come pericoloso”. In seguito a questa tragedia la missione venne ufficialmente cancellata, il nome “Apollo 1” ritirato, ed il fatto ebbe conseguenze enormi anche a livello politico. I tre astronauti morirono in un modo quasi assurdo, in un test a terra, senza mai giungere alla data del lancio ufficiale prevista per il 21 di febbraio dello stesso anno.

L’unica nota positiva fu che questa tragedia e le gravi mancanze in essa rilevate costrinsero la NASA a rivedere completamente le sue misure di sicurezza e l’approccio al programma, richiedendo da quel giorno in poi niente di meno che la perfezione in ogni suo aspetto.

Tuttavia non si può fare a meno di chiedersi come mai questa politica non venne naturalmente adottata già in primis, perché si sia messa la sicurezza al secondo posto dopo la corsa, la competizione internazionale. Un momento unico nella storia dell’umanità, il primo tentativo di compiere qualcosa di mai tentato prima di allora e giungere “dove nessun uomo è mai giunto prima” ha rischiato di venire soffocato sul nascere.

di Simone Simeone

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