(foto fonte web)

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Ci sono i processi, il decorso della giustizia, le condanne e le assoluzioni. Ma quando accade una strage come quella di via Fracchia, nemmeno il tempo riesce a conciliare le opinioni discordanti. Vendetta o guerriglia? Andiamo con ordine.

I fatti. Dopo l’arresto di Patrizio Peci, uno dei capi delle BR, le forze dell’ordine vengono a conoscenza dell’ubicazione di un appartamento, quello di via Fracchia, utilizzato da alcuni sovversivi per organizzare attentati. Nella notte del 28 marzo i carabinieri (che grazie alle forzature del generale dalla Chiesa “soffiano” l’irruzione agli agenti dell’UCIGOS) si recano sul luogo preparati ad ogni evenienza.

Secondo la relazione dei carabinieri i brigatisti, dopo l’intimazione di aprire la porta, avrebbero finto di arrendersi con lo scopo di guadagnare tempo. Le forze dell’ordine hanno così abbattuto la porta, trovandosi in un corridoio immerso nel buio. Nonostante le dichiarazioni dei brigatisti, dal fondo del corridoio esplode un colpo che colpisce il maresciallo Rinaldo Benà alla testa, ferendolo gravemente.

I resoconti del colonnello Bozzo e del capitano Michele Riccio non discostano: credendo morto il maresciallo (che riuscirà a sopravvivere, perdendo la vista da un occhio) i carabinieri aprono il fuoco. La sparatoria dura poco meno di dieci minuti: ad avere la peggio sono i brigatisti. Riccardo Dura, Lorenzo Betassa e Piero Panciarelli, oltre alla padrona di casa Annamaria Ludmann, perdono la vita durante lo scontro a fuoco.

I dubbi. Le relazioni dei carabinieri non chiariscono del tutto i dubbi sullo svolgimento dei fatti. Durante le indagini, la porta dell’appartamento che secondo il capitano Riccio venne sfondata viene invece ritrovata senza particolare segni di effrazione. Alcuni segni di proiettile sul pianerottolo antecedente l’appartamento sostengono l’ipotesi che il conflitto sia iniziato fuori dall’abitazione, la cui porta sarebbe stata aperta con delle chiavi, sequestrate in seguito all’arresto di un altro appartenente alle BR, Rocco Micaletto.

(foto fonte web)
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Altri dubbi vengono posti sul ferimento del maresciallo Benà, che venne colpito da un proiettile calibro 9 mm, utilizzato anche da armi dei carabinieri. Per queste e altre incongruenze il brigatista Mario Moretti, in seguito alla strage, incolpa i carabinieri di aver effettuato una spedizione della morte, avendo premeditato l’uccisione di tutti gli abitanti dell’appartamento.

Una vera e propria vendetta da parte dei carabinieri, ancora in lutto per l’uccisione del tenente colonnello Emanuele Tuttobene e dell’appuntato Antonino Casu, uccisi in un attentato delle BR il precedente 25 gennaio. Secondo Moretti lo stesso maresciallo Benà sarebbe stato vittima del fuoco amico a causa del trambusto durante l’irruzione.

Le foto del 2004. A 24 anni dalla strage il quotidiano genovese Corriere Mercantile pubblica in esclusiva le foto dei carabinieri scattate quella notte: la posizione in cui vengono ritratti i cadaveri non fa che porre ulteriori dubbi sullo svolgimento dei fatti, la cui difficoltà nella ricostruzione fu anche causata al tardivo ingresso dei giornalisti. Solo l’8 aprile infatti, più di dieci giorni dopo, i giornalisti poterono visionare l’appartamento, e per soli tre minuti.

Nemmeno l’assoluzione dei magistrati, che giustificarono pienamente l’utilizzo della armi dopo il ferimento del maresciallo Benà, è riuscito a chiarire l’accaduto. E invero nemmeno oggi, dopo trentatré anni di indagini, colpi di scena e perizie, possiamo dire che il caso della strage di via Fracchia sia veramente chiuso.

di Nicola Guarneri

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