(foto fonte web)
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La psicologia continua ad esercitare ancora il suo fascino irresistibile, tanto che la Crisi economica ha fatto si che questa sia al centro dell’attenzione verso la salute pubblica.

I numeri della Psicologia

Ad oggi in Italia si contano 90 mila psicologi, ma sembra siano destinati a diventare 100 mila entro il 2016. La media è all’incirca quella di uno psicologo ogni 740 abitanti e in 8 casi su 10 si tratta di psicologi donna.

Nelle facoltà italiane di Psicologia sono iscritti  circa 50 mila, e le scuole di specializzazione in Psicoterapia sono circa 320.


Il paradosso

Dunque, tanto interesse attorno alla materia, tanto fascino e tanto appeal, che però è evidente non è sufficiente a bypassare le politiche di contenimento della spesa pubblica.

Il paradosso, infatti, sta proprio in questo: oggi più di ieri c’è bisogno di psicologi ma, nel sistema della Salute pubblica, ci sono molti meno soldi per pagarli.

Si determina così una sempre più esasperata “privatizzazione” della Psicologia che, se da una parte premia gli psicoterapeuti già affermati, dall’altra obbliga al semi-volontariato, se sono fortunati, i giovani professionisti.


Psicologi in “crisi”

Secondo un’ampia indagine che l’Ordine degli psicologi ha effettuato nei mesi scorsi su 1.500 casi di professionisti di tutte le età e spalmati sul territorio nazionale, per un giovane psicologo passano in media due anni e mezzo tra la laurea e l’ingresso nel mercato del lavoro con la qualifica che gli viene dal titolo universitario. Il tempo di lavoro medio di un professionista è sceso di 5 ore la settimana, anche la retribuzione generale che si situa attorno ai 1.300 euro mensili risulta in calo rispetto a qualche anno fa (2008).

Inoltre è stato segnalato come tra i giovani psicologi rispetto ai coetanei di altre professioni, vi sia un divario di introiti valutabile in almeno 400 euro.

Va ancora sottolineato poi in aggiunta a ciò, che  quasi la metà degli iscritti all’Ordine non svolge di fatto la professione di psicologo e comunque quelli che lavorano negli ospedali o servizi territoriali hanno contratti a tempo come assegni di ricerca, borse di studio, partita Iva. E mentre la formazione accademica è eccellente quella post-laurea privata è incontrollata.

Come si può quadrare allora il cerchio tra una società che ha bisogno di ascolto e un mercato incapace di accogliere quest’esigenza?

Lo psicologo di base, una possibile risposta

Secondo Claudio Brosio, Presidente di Psicologia alla Cattolica di Milano e coordinatore di un’indagine sulla professione,  se il medico di base fosse affiancato da uno psicologo, molto probabilmente la spesa sanitaria diminuirebbe perché si darebbe risposta alla domanda di salute non solo prescrivendo medicinali ed esami medici strumentali.

In realtà, proprio per rispondere ad un preciso bisogno dei cittadini di affrontare nuove e diffuse forme di disagio sociale e individuale, già da diversi anni si parla di istituire la figura dello Psicologo di base nel Sistema Sanitario Nazionale, e già nel 2010 è stata presentata alla Camera dei Deputati la proposta di legge n. 3215, per l’istituzione della figura dello psicologo di base, che date anche le sue numerose lacunosità, non ha ancora avuto alcun esito sul piano legislativo.

Il sindaco di Roma, Ignazio Marino, già nella sua campagna elettorale, aveva proposto di far diventare gli studi del medico di base dei veri e propri centri di salute territoriale con la presenza dello psicologo, almeno una volta a settimana.

Iniziativa, quella dello Psicologo di base, che già qualche mese prima era stata al centro delle iniziative di associazioni di psicologi nel Varesotto e di alcune Camere di commercio del Veneto che avevano stipulato convenzioni con psicologi per assistere gli imprenditori depressi a causa della recessione e dell’inevitabilità di licenziare i propri collaboratori.

Pur apparendo ai più degli esperti della professione, una buona idea, quella dell’istituzione dello psicologo di base, l’inerzia degli eventi sta però portando in direzione opposta.  Da qui la tendenza di molti giovani professionisti a lanciarsi nella sperimentazione di nuove formule come quella di aprire studi in forma di cooperativa stipulando  convenzioni con gli enti locali a prezzi calmierati.

Ma attenzione! Si corre il rischio di commettere un grave errore sul quale riflettere: non è che perseverando in questa maniera di agire, la figura dello psicologo finisca col perdere credibilità professionale, per assomigliare troppo a quella del volontario?

di Francesca De Rinaldis

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