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In occasione dei quarant’anni dal golpe dello storico generale cileno Pinochet, arriva nelle sale italiane uno dei più brillanti esempi di cinema politico degli ultimi anni.

Il 5 ottobre 1988, in Cile, si tenne un plebiscito nazionale allo scopo di decidere se il mandato a Capo di Stato del generale Augusto Pinochet dovesse essere automaticamente rinnovato o meno. Il referendum fu indetto da Pinochet stesso su pressione politica internazionale e fu caratterizzato da una controversa e soppressiva campagna elettorale.

Il prevalere del “sì” o l’astensione dal voto avrebbero significato altri 8 anni del regime dittatoriale più famoso della storia del Cile; la vittoria del “no”, al contrario, sarebbe potuto essere il primo segnale positivo della svolta politica del Paese dopo 16 anni di tirannia.

La storia di questa (già in partenza pilotata) campagna referendaria, che vedeva contrapporsi un oscuro passato diventato un sicuro presente e la speranza per l’allegria nel futuro, è raccontata nell’ultimo, splendido, film di Pablo Larrain. Dopo Tony Manero (2008) e Post Mortem (2010), No (2012) chiude una trilogia ambientata durante la sanguinosa dittatura di Pinochet. Il film ha già vinto il Quinzaine des Réalisateurs al Festival di Cannes 2012 ed è stato candidato al miglior film straniero agli Oscar 2013.

Il golpe

Nel 1973 in Cile serpeggiava un clima di generale insoddisfazione e grande tensione. L’allora Presidente in carica, Salvador Allende, aveva seguito una politica da lui stesso definita “La vía cilena al socialismo”, e questo gli aveva creato il mancato appoggio degli Stati Uniti nonché l’accusa di attentare alla democrazia e di andare verso il comunismo. Così, il 22 agosto 1973 la Camera dei Deputati si appellò ufficialmente ai militari per porre fine immediata al governo e ripristinare l’ordine costituzionale.

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Il successivo 11 settembre le forze armate dell’esercito, guidate da Augusto José Ramón Pinochet Ugarte, misero fine al governo di Allende con un colpo di Stato. Il palazzo presidenziale venne cinto d’assalto e bombardato, e Allende morì durante l’attacco, in circostanze mai veramente chiarite. Fino al 1974 Pinochet mantenne semplicemente il ruolo di “Capo Generale delle Forze Armate”. Dal 27 agosto dello stesso anno si autonominò “Capo supremo della Nazione”, e in seguito “Capo di Stato” del Cile, entrando ufficialmente in carica il 17 dicembre.

Perché “No”?

Nei primi anni ’70, quando il regime di Pinochet si era instaurato da poco, il Cile conobbe momenti di prosperità e apparente rinascita economica; fu la fine delle file per il pane e dei disastri dell’economia -a forte impronta socialista- voluta da Allende.

E’ anche vero, però, che il benessere non basta, senza libertà: il governo di Pinochet, infatti, fu caratterizzato da un clima di terrore e durissima repressione. Pratiche come la persecuzione, la tortura e l’omicidio degli oppositori erano comuni, e il bagno di sangue non si limitò al solo periodo della presa del potere, ma per tutta la durata della sua dittatura. In circa 16 anni di governo, si contarono qualcosa come 3000 morti, altrettanti desaparecidos, e almeno 35000 casi di torture (di cui 28000 accertati). Il generale Pinochet difese sempre la sua politica repressiva descrivendola come un modo di “salvare la sua Nazione dal caos” e dagli “attentati del comunismo”.

Il segnale politico che voleva essere inviato era di forte stampo anti-comunista e anti-socialista, e trovò un forte alleato negli Stati Uniti, impegnati in quegli anni a combattere la famosa “guerra fredda”. La loro partecipazione al golpe e il loro sostegno alla politica pinochetiana era di chiaro avvertimento per gli altri Stati in cui questi partiti si stavano democraticamente imponendo.

Dopo la sconfitta alle elezioni del 1988, Pinochet venne allontanato dal potere ma mantenne la carica di Comandante Supremo delle forze armate. Non fu mai processato per i crimini di cui era responsabile, e la cosa fu risolta semplicemente con una politica di riconciliazione nazionale. La repressione dei dissidenti, inoltre, continuò a proseguire per ancora molto tempo, e ancora oggi se ne possono percepire le tracce. E’ inquietante notare che a 40 anni dal colpo di Stato la reale verità, con tutti i dettagli, sui delitti di quegli anni ancora non si sappia veramente.

di Chiara De Angelis

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