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La violenza nasce come espressione del “Io” nei riguardi di tutto ciò che non gli è conforme o come ribellione e conseguenza a uno stato interiore di forte disagio.

La letteratura sociologica e vittimologia di derivazione anglosassone è forse la sola che si è occupata di femminicidio. Va, inoltre, evidenziato come la scienza criminologica si sia sempre poco interessata al tema della vittimizzazione della donna e di quanto siano insufficienti gli studi di genere sulle morti delle donne.

È attraverso gli studi sui crimini sessuali, svolti da Carol Smart negli anni ’70 e in seguito da Debora Cameron, Elizabeth Frazer e Jane Caputi, che si è potuto evidenziare come, adottando un’ottica di genere, alla base di tali crimini vi siano relazioni di potere tra i generi ed essi siano, espressione di una dominazione sessuale patriarcale.

In Italia la letteratura e le ricerche criminologiche si sono concentrate sull’omicidio in generale, quasi assenti invece quelle che si occupano del femmicidio, anche per la scarsità di fonti documentali e dati statistici a disposizione.

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La prima cosa che emerge dall’esame della letteratura che si è occupata del femminicidio è che tale fenomeno, pur in ambiti e contesti culturali diversi, e quindi pur essendo diversamente condizionato dalla situazione socio-economica e culturale del paese cui si riferisce, presenta caratteristiche comuni che ricorrono qualsiasi sia il luogo e il contesto in cui avviene.

Le caratteristiche comuni del femminicidio, in primo luogo si caratterizzano per delitti aventi ragioni di genere e che hanno come vittima la donna in quanto tale. L’omicidio avviene quindi, per ragioni misogine o sessiste, rafforzando il dominio maschile, nell’atto di appropriazione del corpo dell’altra, intesa come oggetto e non come persona, fino al punto di sopprimerlo.

Un altro tratto caratterizzante concerne la peculiare relazione vittima-autore, che è nella gran parte dei casi una relazione di intimità o conoscenza: aspetto nettamente contrapposto all’omicidio con vittime di sesso maschile, che per la maggior parte è perpetrato da sconosciuti e dimostra la necessità di affrontare il tema dell’uccisione delle donne con un approccio specifico rispetto alle considerazioni che possono essere effettuate sull’omicidio non di genere.

Il femminicidio si connota inoltre per la sua stretta, anche se spesso occultata, vicinanza alla violenza contro le donne, da cui è sovente difficile stabilire il confine, traendo come questa origine da un comportamento maschile di sopraffazione, disprezzo, umiliazione che sta alla base tanto del gesto di offesa solo verbale, o fisica, o sessuale, quanto dell’estremo atto di uccisione della donna.

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Infine, un elemento che contraddistingue il fenomeno ha a che vedere con le sue rappresentazioni nei media, che costituiscono, come vedremo, in assenza di dati ufficiali, importanti fonti di conoscenza del femminicidio, poiché anche qui è possibile evidenziare diverse analogie sul linguaggio utilizzato per raccontare l’evento e la rappresentazione dei fatti e dei soggetti coinvolti.

È importante definire l’ambito di applicazione della categoria del femminicidio: si tendono ad escludere dal fenomeno quelle uccisioni di donne in cui il genere della vittima sia ininfluente per l’autore, come avviene di frequente nei delitti che rientrano nell’ambito della criminalità comune oppure organizzata; o allorché una donna sia uccisa accidentalmente mentre il vero bersaglio era l’uomo.

Alcuni studi ricomprendono invece tra i femminicidi anche i delitti commessi da donne, distinguendo però, come ad esempio Russell, tra quelli commessi da donne su mandato di maschi o al fine di preservare una cultura patriarcale che rientrano nella categoria del femminicidio, e quelli commessi da donne per loro proprie motivazioni che sono invece da escludere.

Secondo alcune studiose devono considerarsi appartenenti alla categoria di femminicidio quelle uccisioni di donne cagionate non già da atti diretti a tal fine, ma risultanti da comportamenti maschili di prevaricazione e dominazione, tra cui rientrerebbero il contagio da Aids o mutilazioni genitali definiti da Russell “femminicidio di massa”.

di Vito Franco

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