(foto fonte web)
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Il problema del riconoscimento dei volti

La capacità di riconoscere i volti umani è una caratteristica insita in ognuno di noi, che si rivela precocemente sin da poche ore dopo la nascita, quando i neonati cercano di simulare i propri genitori nello spingere fuori dalla bocca la loro lingua per fare una “linguaccia”.

Primi riconoscimenti

Già durante la prima infanzia ogni bambino è in grado di identificare in maniera migliore rispetto agli adulti, il sesso di volti appartenenti ad altri bambini mostrati in foto dove veniva effettuato il gioco di rimuovere i capelli per creare un fattore confondente. Attraverso una serie di evidenze appare di rilevante importanza sociale, la capacità per ognuno di noi sin dai primi giorni di vita, di riconoscere i volti umani; diversi studi suggeriscono che la capacità di riconoscere i volti necessiti di una lenta maturazione e raggiunge il suo massimo tra i 30 e i 34 anni, ossia dopo circa un decennio dalla maturazione completa delle capacità cognitive.

Dal punto di vista neurobiologico, il riconoscimento dei volti avviene grazie all’attivazione di circuiti cerebrali differenti da quelli che si attivano per l’identificazione di un singolo individuo; la capacità di face processing ossia di riconoscere i volti, è legata ad un area cerebrale specifica identificata tramite studi di neuro immagine, si tratta dell’area fusiforme per le facce (FFA), una porzione del giro fusiforme localizzata in prossimità del lobo temporale.

La vista

Nel riconoscimento dei volti, la vista rappresenta il senso primario che permette l’elaborazione dell’input visivo da parte del cervello, attivando dei circuiti ben precisi. Secondo le teorie più assodate riguardo la percezione visiva, la dicotomia tra emisfero destro e sinistro si denota anche nell’elaborazione dell’informazione visiva: l’emisfero destro elabora le informazioni provenienti dall’emicampo visivo sinistro e viceversa, anche se teorie piuttosto recenti sembrano dimostrare che, l’emisfero sinistro sia coinvolto nell’analisi graduale degli stimoli visivi, cioè nell’elaborazione dell’input fisico esterno, mentre l’emisfero destro sembra essere implicato nella regolazione fine del riconoscimento o meno di un viso.

Nell’area sinistra del nostro cervello il giro fusiforme, responsabile del riconoscimento dei volti, riesce a calcolare molto rapidamente quanto e quando un’immagine è simile ad un volto ma non attua alcuna classificazione, ecco perché in un primo momento vediamo un viso. Spetta poi al giro fusiforme nell’area destra del cervello usare questi dati per confermare se effettivamente quello che ci troviamo davanti è un volto, in base a parametri meno istintivi.

Conoscenza

L’importanza per ognuno di noi di riuscire a riconoscere i volti può essere dimostrata da alcune situazioni patologiche, quali l’incapacità di riconoscere i volti umani o prosopognosia (dal greco mancanza di conoscenza del volto). Gli individui affetti da questa patologia non mostrano nessun deficit a livello della vista, ma hanno delle alterazioni a livello dell’area fusiforme per il volto che gli impedisce di riconoscere le persone pur guardandole in viso. Sembra una patologia rara ma non lo è, solo in Italia colpisce circa un milione di persone, le quali possono essere colpite da due diverse forme della patologia.

La prosopagnosia congenita è correlata all’incapacità di riconoscere i volti umani pur non manifestando lesioni cerebrali, questa è una delle situazioni più gravi in quanto le persone che ne risultano affette non sono in grado nemmeno di riconoscere i propri familiari; la prosopagnosia acquisita, documentata anche in letteratura dal celebre scrittore Oliver Sacks, (L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, 1985)è correlata invece alla presenza di lesioni cerebrali acquisite, quindi persone sane divengono in seguito a lesioni cerebrali, incapaci di riconoscere i volti umani.

«Una superficie continua –  annunciò infine – avvolta su se stessa. Dotata… –  esitò –  di cinque estremità cave, se così si può dire. […] Un qualche contenitore?».

« Sì, –  dissi – e che cosa potrebbe contenere? […] Non ha un aspetto familiare? Non crede che potrebbe contenere, fasciare, una parte del suo corpo?».

Nessun lampo di riconoscimento illuminò il suo viso. In seguito se lo infilò per caso: «Dio mio! – esclamò – È un guanto!».
(Oliver Sacks, L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello).

di Alessia De Felice

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