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Agli operatori di Pronto Soccorso capita spesso di vedere pazienti con lesioni traumatiche di vario tipo: da semplici escoriazioni o contusioni, fino a fratture delle ossa facciali o degli arti. Tra questi possono nascondersi persone che in realtà sono state maltrattate o addirittura percosse da familiari, fidanzati o altro.

In che modo gli operatori di Pronto Soccorso posso accorgere di un trauma o una ferita dovuta ad un’aggressione? Quando è opportuno sospettare di fronte a un paziente che riferisce lesioni accidentali?

I comportamenti ambivalenti di chi subisce maltrattamenti

Di base la vittima di un maltrattamento ha un comportamento spesso ambivalente: vorrebbe dire, vorrebbe farsi aiutare, vorrebbe uscire da una situazione insostenibile e, al contempo, vorrebbe che le cose non cambiassero, o almeno non peggiorassero, vorrebbe che tutto si sistemasse.

Per questo motivo tutto questo, ad un operatore che osserva dall’esterno fa percepire l’atteggiamento della persona che arriva in pronto Soccorso come decisamente “strano”, e ciò fa scattare il primo campanello di allarme.

Infatti, in casi di abuso o maltrattamento il primo soglio da superare è proprio la presunta vittima poiché chi subisce violenza domestica molto spesso, anche se vorrebbe, non ha alcuna intenzione di denunciare il suo aggressore. I motivi sono presto detti: di solito l’aggressore è sul posto, insieme alla vittima e, quasi sicuramente, andranno poi a casa insieme. La vittima di solito teme di peggiorare la sua situazione e preferisce tacere. Non solo, spesso in famiglia ci sono figli che rischiano anche loro di restare vittima degli abusi, per cui chi subisce continua a subire. Insomma, la vittima di abusi domestici vive una tragedia quotidiana.

Il rapporto vittima/autore

C’è uno schema comportamentale che, in linea di massima, è bene tenere a mente.

L’autore dei maltrattamenti sa bene come comportarsi. L’atteggiamento di chi ha agito violenza, quando sa di avere esagerato, è mite. Tenta di blandire la vittima, le promette che d’ora in poi tutto andrà per il meglio, che non succederà più nulla del genere. Soprattutto se la vittima minaccia di andarsene, di lasciarlo o, peggio, di denunciarlo.

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La vittima che molto spesso ha un atteggiamento dipendente a quel punto si sente in colpa. Proprio lei che è stata picchiata, insultata, minacciata! Spesso sono proprio il senso di colpa, la vergogna e la paura che fanno tacere la vittima e la fanno desistere dal suo intento di denunciare. A quel punto l’atteggiamento dell’aggressore cambia ancora una volta. Diventa protettivo e la vittima, a quel punto, si fa proteggere.

Le lesioni sul corpo raccontano la storia della violenza

La violenza domestica è un fenomeno che si ripete ciclicamente nel quotidiano. Una volta un insulto, un’altra volta uno schiaffo, poi magari uno strattone, e ancora un insulto e uno schiaffo. Un buon operatore dovrà essere in grado di valutare la compatibilità delle lesioni e dei traumi con la versione fornita dalla vittima.

Le lesioni che si trovano sul corpo della vittima si possono “datare” e ci possono raccontare la storia dei maltrattamenti subiti e possono dirci molto su quello che vuole tacere e nascondere.
Uno dei primi campanelli d’allarme sono le ecchimosi. Il colore dell’ecchimosi varia rispetto al tempo trascorso dal trauma. Le vittime di violenza domestica in molti casi hanno ecchimosi più e meno recenti. Si potrebbe parlare di vere e proprie costellazioni di lividi.

Il secondo campanello d’allarme riguarda i distretti corporei in cui si trovano le ecchimosi: di solito sono all’esterno di entrambi gli avambracci, sull’ulna conseguenza di colpi inferti nel momento in cui la vittima alza le braccia per pararsi testa e volto.

Un altro punto in cui osservare, sempre sulle braccia, è il bicipite. Il livido, di solito, è proprio l’impronta di una mano che afferra: generalmente l’operatore di Pronto Soccorso potrà riscontrare un’ecchimosi piuttosto nitida sul davanti del bicipite, il pollice di chi afferra, e un livido esteso sul retro, le altre dita.

Nei bambini i lividi da violenza domestica di solito sono in distretti corporei “protetti”: se un bambino ha lividi all’interno delle cosce, sulla schiena, sull’addome e sul torace è piuttosto difficile pensare a risse tra coetanei. Anche perché non si tratta quasi mai di un livido isolato, ma anche in questo caso, di costellazioni di lividi.

Ove possibile sarebbe importante lasciare alla presunta vittima il tempo di parlare, ricordando che chi viene abusato da anni non impiega trenta secondi e nemmeno dieci minuti a raccontare e a chiedere aiuto. Se si ha il sospetto che il paziente sia una vittima sarebbe giusto rivolgersi a uno psicologo o a uno psichiatra in modo che il porre domande non rappresenti, per la vittima, una seconda vittimizzazione.         

di Francesca De Rinaldis

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