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E’ un pensiero complicato decidere cosa fare della propria esistenza, analizzare le venature delle proprie inclinazioni tracciando una linea effettivamente percorribile. Luciani Luberti ad esempio è un uomo da questo punto di vista fortunato; una vita dedicata senza tentennamenti alla convivenza con il dolore.

Conosciuto come il boia di Albenga, Luciano ha condotto la propria vita a stretto contatto con la violenza e le sue mille forme di manifestazione. Le pagine nere della sua esistenza cominciano a scriversi poco più che ventenne quando nell’ottobre del 1943, affascinato dal movimento nazista, che faceva ribollire i suoi primordiali istinti sadici, si arruola volontario nella Wehrmacht tedesca; dapprima tra le fila della Marina costiera tedesca, assegnato al Capo di Santa Croce di Alassio, ma poi inviato nella Feldgendarmerie di Albenga.

In questo periodo, avallata dalla follia nazista, la personalità del caporalmaggiore Luberti da sfogo alle proprie pulsioni, forme di crudeltà inaudita. Maltrattamento, torture, abusi sessuali erano all’ordine del giorno, nessuno sfuggiva al sadismo del Boia specialista indiscusso degli interrogatori; uno dei metodi preferiti per incutere terrore tra le sue vittime era cospargere di sangue il sospettato davanti la moglie o le figlie non esitando a strappare bulbi oculari se la situazione lo richiedesse.

Luciano Luberti in realtà non svolgeva un lavoro, lui amava vedere la sofferenza, c’è chi racconta che a volte la sera, dopo una lunga giornata di fucilazioni, era possibile ascoltare le sue grida eccitate di giubilo. Come se non bastasse fu anche astuto traditore; vendette alle SS tedesche l’amico di una vita Umberto Spizzichino, di origine ebrea, in un agguato lungo viale Manzoni, luogo prescelto per la consegna di fantomatici documenti con cui Spizzichino avrebbe dovuto lasciare l’Italia.

Quest’ultimo in una lettere scritta al fratello Alessandro prima di morire ad Auschwitz nel 1944 con un numero di matricola tatuato, 180110, dice: “Caro Nando, ti vuoi fare un risata, bene adesso ti faccio ridere! Sono partito per Milano e… sono arrivato a … Regina Coeli, no? E’ proprio come ti dico, adesso ti spiego.

Io e Luciano siamo andati al comando di Via Tasso per avere il permesso per partire, invece quando ci siamo trovati lì mi hanno separato da lui, dopo un po’ è ritornato quello che lo aveva chiamato, con i miei documenti in mano (li avevo fatti reggere a Luciano) dicendo che avendolo perquisito perché sospetto gli avevano trovato addosso le carte, così vedendo chi ero, mi hanno mandato quasi in attesa di partenza.

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Quello che mi preoccupa però è questo.Che Luciano non l’hanno mandato qui dove ci mandano tutti, perciò i casi sono due: o si trova ancora in via Tasso, oppure è stato lui a farmi prendere. Quindi stai attendo e sappiti regolare. Anzi fai così: telefona a casa sua chiedendo notizie e senti quello che ti dicono, se per caso credi che sia stato lui, non fare niente di niente, aspetta il momento opportuno, non farti prendere dalla collera, ci potresti rimettere…”.

La disfatta nazista e la contestuale fine della guerra rovinano il gioco perfetto creato da Luberti, che nel tentativo di mettere in atto una fuga disperata, viene catturato a Ventimiglia da un giovane poliziotto che riconosce in lui la mano che pochi anni prima aveva colpito a morte l’amato fratello. Al processo del 1946 fu accusato di cinquantanove tra torture ed omicidi ma se la cavò, inspiegabilmente, con sette anni di reclusione, che non scontò in seguito a tre indulti ed un condono.

Negli anni Cinquanta trasferitosi a Roma, mette su famiglia e si impegna nel settore pubblicitario conquistando una dignitosa posizione dirigenziale. Nessuno sa che Luciano contestualmente intrattiene segretamente una storia d’amore con la sua segretaria, Carla Gruber. I rapporti idilliaci in prima battuta, diventeranno ben presto sempre più tesi e irrequieti.

In questo periodo quell’uomo che fino a pochi anni prima trucidava senza pietà donne bambini, anziani e gli uomini tutti, passerà alla cronache come protagonista di un delitto ricco di macabri particolari tra i più eclatanti degli anni ’70. Il 2 aprile 1970 sarà lo stesso Luciano Luberti con una lettere al Questore ad informare del cadavere di Carla Gruber presente nell’appartamento della ragazza in via Pallavicini a Roma.

Quando gli uomini della Polizia irrompono nell’appartamento sono costretti ad abbattere con difficoltà la stanza della camera da letto, ad arte sigillata, prima di scoprire il macabro teatrino costruito da quell’uomo che pochi anni prima veniva chiamato il boia di Albenga. Sembra la riproduzione di una camera ardente, la vittima indossa un baby-doll molto scollato, e riposta in maniere composta sul letto, fiori secchi dappertutto, flaconi di deodoranti spray e disinfettanti ormai terminati.

Tutto appare come il vano tentativo di arrestare o mascherare l’inevitabile processo di decomposizione iniziato almeno due mesi prima di questo sconcertante rinvenimento. L’autopsia confermerà che il cadavere di Carla Gruber giaceva in quella stanza da almeno 60 giorni e che la morte della donne fosse da addebitare ad un colpo di pistola sparato dritto sul suo cuore dopo l’assunzione di barbiturici. Nel mentre di Luciano Luberti non si hanno più notizie, la sua auto sarà ritrovata nei pressi della stazione Termini, abbandonata.

Durante la latitanza in alcuni episodi comunicherà con le autorità italiane vaneggiando e affermando fandonie senza alcun senso. Verrà catturato due anni dopo nel 1972 a Portici, intento a vendere riviste porno ma nascondendo sotto sotto traffici diversi, come quello delle armi che verranno ritrovate nel suo appartamento.

Si presume che alcuni gruppi fascisti l’abbiano aiutato a far perdere le tracce durante la sua latitanza, gli stessi “amici” che durante le varie fasi del processo a suo carico faranno in modo di tramutare i 22 anni di carcere inflitti per l’omicidio della Gruber, in una totale incapacità di intendere e volere in Appello e in 24 mesi di manicomio criminale ad Aversa.

A causa di un tentativo di evasione saranno cinque gli anni che poi effettivamente l’uomo trascorrerà in carcere. Morirà squattrinato nel dicembre del 2002 a causa di un tumore, in una fredda stanza circondato solo da qualche piccolo ricordo, alcune foto sbiadite di una vita ai limiti dell’umana comprensione.

Ironia della sorta per un uomo generoso di cattiveria verso il mondo, nato il 25 aprile, il giorno della liberazione.

di Alberto Bonomo

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