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Caso De Mauro: la giustizia italiana assolve Riina e spreca un’occasione d’oro per giungere alla verità




(foto fonte web)

(foto fonte web)

Come si fa a complicarsi la vita anche quando si hanno a portata di mano fior di pentiti che rivelano la dinamica di un fatto criminoso con tanto di nomi e cognomi? Le istruzioni per l’uso è necessario chiederle alla giustizia italiana, nello specifico è la Corte d’assise di Palermo ad avere stavolta il copyright della ricetta. La Corte, presieduta da Giancarlo Trizzino, è riuscita infatti nell’ardua impresa di assolvere Totò Riina dall’accusa di essere il mandante e l’organizzatore della scomparsa e dell’uccisione del giornalista Mauro De Mauro avvenuta il 16 settembre del 1970.

In vicende del genere è tuttavia necessario non limitarsi alla sola sentenza ma anche e soprattutto andare nel dettaglio. In realtà, la Corte ha dato più risalto a una mezza verità deducibile dalle parole del pentito di mafia Francesco Di Carlo. Quest’ultimo ha precisato che Totò Riina sarebbe stato “solo” parte di quel che a livello mafioso viene inteso come “il triunvirato” formato all’epoca da Stefano Bontade, Gaetano Badalamenti e, appunto, Totò Riina. Chi infatti pensa che un’organizzazione così complessa come la mafia si regga soltanto sulle decisioni individuali dei capi si sbaglia di grosso. E c’è di più. Non solo la mafia è gerarchicamente strutturata al suo interno ma esistono anche gerarchie nei suoi rapporti con l’esterno, quest’ultimo indicato da diversi pentiti come “altre entità”.

Il caso De Mauro è emblematico nella sua semplicità perché affonda le ragioni proprio nei rapporti interni ed esterni della mafia. Ad esempio le rivelazioni del pentito Di Carlo riflettono i tanti incontri avuti da diversi esponenti della mafia con quelli che all’epoca erano i membri dei servizi segreti o con uomini ad essi legati. Fra i più importanti membri dei servizi spiccano i nomi dei generali Miceli e Maletti, rispettivamente numero uno e due del Servizio Difesa e Informazione facente capo al Ministero della Difesa. Ma tali riunioni avevano un contesto ben preciso, condizionato dalle trattative per portare a termine il colpo di Stato fra il 7 e l’8 dicembre 1970, poi fallito, ma passato alla storia come il “golpe Borghese”, nome derivato dal comandante Junio Valerio Borghese, ex gerarca della X-Mas.



Il giornalista De Mauro sarebbe quindi morto perché intenzionato a svelare i preparativi del golpe. Tuttavia, qualcosa sfugge in tutta la dinamica raccontata. De Mauro era un giornalista de “L’Ora” di Palermo ma soprattutto era amico del comandante Borghese e quindi vicino agli ambienti di destra. Il giornalista aveva quindi grande facilità nel reperire informazioni provenienti dagli ambienti di destra ma allo stesso tempo la causa della sua morte troverebbe la genesi nel rifiuto da parte di De Mauro di accettare le collaborazioni fra mafia, destra e pezzi attivi dello Stato.

Questa sembrerebbe essere la spiegazione del mistero che vige nella vicenda De Mauro.

La sentenza della Corte d’Assise di Palermo ha quindi tutto il sapore di un’occasione sprecata per affondare il coltello proprio in quei rapporti oscuri fra mafia, eversione e Stato, alla base di tutte le stragi e gli omicidi avvenuti in Italia.

Se è vero che Riina non ha deciso da solo l’eliminazione del giornalista, è pur vero che nemmeno può risultare innocente agli occhi dei giudici. Così come lui, andrebbero condannati Bontade e Badalamenti ma purtroppo quest’ultimi sono già morti: tuttavia, che giustizia è quella che, nell’impossibilità di condannare tutti i responsabili, accetta di non condannare almeno uno dei tre?

Siamo quindi dinanzi a una giustizia monca; e tale è anche la logica che segue nel decretare una sentenza che nella condanna del boss siciliano avrebbe visto la sua naturale conclusione.

Quanto avvenuto a Palermo deve senz’altro far riflettere ed esigere maggiore lotta per arrivare alla verità sulla scomparsa e uccisione di De Mauro il cui corpo, secondo il pentito Di Carlo, sarebbe stato sepolto nella zona dell’Oreto in Sicilia, a detta degli esperti “ormai zona irriconoscibile”.

Si apriranno ora altri processi, stavolta per falsa testimonianza, nei confronti di tutti coloro che hanno deposto nel processo accusando Riina di essere il mandante dell’omicidio.

Nell’anno della commemorazione del centocinquantenario dalla nascita d’Italia, quella delle mancate verità si conferma essere il vero “legame italiano” che unisce il Paese da Milano (Piazza Fontana) fino a Palermo (assoluzione di Riina) passando per Brescia (Piazza della Loggia), Bologna (strage alla Stazione) e tante altre città senza distinzioni fra nord e sud.

L’interpretazione di questa scia di sangue e di menzogne non può non essere dunque tutta nella frase di uno dei pentiti di mafia implicati nella vicenda De Mauro, laddove “va sempre così quando ci sono pezzi dello Stato coinvolti”.

di Pasquale Ragone

(Articolo tratto dal settimanale “International Post”, 20.6.2011)

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