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Miss Violence, il mostro al Cinema di Venezia




(foto fonte web)

(foto fonte web)


Una storia di tragedia silenziosa e ordinaria follia che getta un’ombra infausta all’interno delle mura domestiche.

Il film del giovane regista greco Alexandros Avranas convince e vince, aggiudicandosi il Leone d’argento per la migliore regia e la Coppa Volpi a Themis Panou per la migliore interpretazione maschile.
La famiglia, istituzione fondamentale di ogni società umana basata sull’amore e sulla convivenza, in questa circostanza invece perde su tutta la linea.

E’ ciò che succede alla 70° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, conclusasi la prima settimana di settembre, in cui ha fatto il suo debutto l’opera cruda, perfettamente realistica e per questa ragione anche più terrificante di Avranas.

La trama

Miss Violence inizia in maniera rassicurante in una Grecia dei giorni nostri, con un quadretto di comune routine familiare; il compleanno della piccola Angeliki che compie undici anni è un’occasione di festa per tutta la sua famiglia, ogni cosa sembra svolgersi nella generale felicità e spensieratezza fino a quando la bambina prende, si affaccia al balcone di casa e cade con un sorriso appena accennato sul volto, ponendo fine alla sua giovane vita.

Un avvio all’insegna dello sconcerto che nasce inaspettato su entrambe le sponde dello schermo, ‘al di qua’ tra gli spettatori così come ‘al di là’ nella storia, e profila un bruciante quesito: Qual è la causa di un così terribile evento?



Madre, nonni e sorelline optano con convinzione per l’ipotesi dell’incidente domestico, una versione che non persuade però del tutto l’opinione pubblica. Polizia e assistenti sociali perciò iniziano ad indagare nel tentativo di far luce sull’apparente suicidio. Ma a questo punto la prepotente figura del nonno, capo di una famiglia quasi interamente al femminile, col suo carisma e la sua inaffondabile integrità interviene a placare gli animi, mettere fine all’inchiesta e salvar(si) la faccia. Quello che però si cela al di là dell’epilogo visibile e appena sotto la superficie è di ciò che di più tremendo si possa immaginare.

La verità nascosta

La verità sull’intera vicenda che si snoda senza fretta, per scelta registica, attorno al nucleo familiare e alle persone che lo compongono, con riprese asciutte e movimenti di camera ridotti al minimo, si fa largo strisciando con estrema lentezza.

Viscida, la realtà con cui alla fine bisogna fare i conti è quella dell’esistenza di un mostro rimasto nascosto allo sguardo, forse troppo ansioso di giungere ad un epilogo, delle autorità.

Un uomo che se all’esterno può risultare un padre ed un nonno come tanti nell’abitazione in cui è tiranno incontrastato stupra la figlia maggiore e le bambine nate come frutto della sua perversione e che, non pago già di essere stupratore, costringe le piccole di casa a prostituirsi.

Ma anche un regno del terrore si sa può cadere, così dopo anni ed anni di paura e vergogna, la ‘regina’ e consorte, fino ad allora ritiratasi nella sua torre di omertà, decide che non ne può più e fa ciò che nessun altro è riuscito a fare: realizza il colpo di stato ed il despota perde vita e corona.

La casa, a cui nel nostro immaginario collettivo siamo abituati a pensare come ad un nido, al rifugio dalle ansie e le brutture del mondo esterno, può trasformarsi essa stessa in una prigione, in una trappola mortale?

La risposta di Alexandros Avranas e dei fatti di cronaca a cui il suo film si ispira è purtroppo “sì”.

di Mara D’Alessandro

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