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Il dovere di un Presidente della Repubblica: lettera a Giorgio Napolitano




(foto fonte web)

(foto fonte web)

Mentre negli ultimi giorni in Italia la stampa si è dedicata alla pubblicazione di dossier, approfondimenti e interviste, noi abbiamo scelto un relativo silenzio in merito alle stragi del ’92. La ragione di tutto ciò è semplice: gli ideali di giustizia e sacrificio non si esaltano solo una volta l’anno, bensì valgono tutti i giorni e ogni giorno vale la pena ricordarlo.

Noi abbiamo preferito scrivere dei due giudici lungo tutto il 2012 e anche in precedenza, seguendo passo dopo passo le indiscrezioni che giungono da Palermo e Caltanissetta (ma non solo) per mostrare giorno dopo giorno quale sia il costo di dover inseguire anche un solo pezzo di verità. Quella dedizione i giudici la conoscono molto bene, tutti i giudici.

E’ l’intera categoria che negli anni ha dimostrato come non bastano minacce e vite private mutilate a fermare il desiderio di lasciare la propria società un po’ meno sporca di come è stata trovata. Il lettore perdonerà la lunga premessa ma la coerenza è il leit motiv di queste poche righe.

Stiamo parlando della coerenza di chi è chiamato a un dovere e lo persegue, senza doppie interpretazioni; stiamo parlando delle ultime parole del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. In occasione della commemorazione della morte del giudice Borsellino, Napolitano ha espresso il proprio pensiero su quella che ormai sta passando (e passerà) alla storia come l’inchiesta sulla “trattativa Stato-mafia”, vicenda che ancora necessita di essere definita oltre che descritta.

Bisogna fare chiarezza sulle “torbide ipotesi” relative ai presunti fatti dei primi anni ’90, laddove si indaga sul possibile “accordo” che lo Stato avrebbe intrecciato con la mafia al fine di bloccare l’uccisione di uomini delle Istituzioni. Sono queste le parole di Napolitano, e francamente creano disagio in chi le ascolta.

Il disagio è nell’apparente assenza di coerenza fra il ruolo che riveste e quanto nel concreto sia davvero possibile fare. Egregio Presidente, le parole non bastano. Già in occasione della commemorazione della Strage di Brescia, e poi quella di Bologna; e ancora dell’Italicus, di Ustica  (e la lista potrebbe continuare ulteriormente), sembravano del tutto fuori luogo gli inviti “a fare luce”.



Nella vita basta la volontà per compiere atti importanti: non serve altro. Allora ci chiediamo perché il presidente Napolitano, così solerte a chiedere giustizia in ogni occasione, non ponga in agenda l’apertura degli archivi.

Perché, egregio Presidente, non si approfitta della situazione “apolitica”, o meglio definibile come “tecnica”, per dare un segnale importante e senza precedenti: chiedere al Presidente del Consiglio e al Parlamento di togliere il Segreto di Stato che vige sui documenti dell’Aise e dell’Aisi (oggi sostitutivi dei passati servizi segreti)?

Vogliamo forse sostenere che in quegli archivi non vi siano documenti in grado di fare anche solo un po’ di luce? Vogliamo forse sostenere che permettere a giornalisti e magistrati di leggere faldoni composti da veline, informative e documenti ministeriali, non porterebbe a nulla? Sarebbe effettivamente sostenere troppo.

Mario Monti non è un uomo legato a partiti politici (sebbene vincolato da maggioranze parlamentari) e non è un “grande vecchio” della politica italiana.

Quale migliore occasione visto anche il rapporto di grande fiducia e stima che intercorre fra Presidente della Repubblica e Presidente del Consiglio (fatto non sempre scontato)? Insomma, se il sonno di Napolitano è disturbato dalle verità mancate, che ci si adoperi per rimediare. E’ solo questione di volontà, non ci stancheremo mai di ribadirlo.

A questo discorso si aggiunge la notizia recente della richiesta, alla Corte Costituzionale, di esaminare il conflitto di attribuzione fra Quirinale e Procura di Palermo in materia d’intercettazioni telefoniche. Egregio Presidente, non cada anche lei nell’errore di chiudere i ponti pur di custodire il proprio giardino istituzionale.

Quest’ultima è certamente una questione minore rispetto alle “torbide ipotesi” che oggi trovano impedimento nell’ostracismo di documenti sui quali vige il Segreto di Stato, ma è pur sempre una vicenda indicativa, e soprattutto sollevata in un momento storico non pertinente.

Per rendere l’idea di quanto il rispetto per il cittadino manchi in Italia, basti pensare che ancora non sappiamo la verità sulla Strage di Piazza Fontana nonostante siano passati oltre quarant’anni: e lei si agita perché due telefonate intercorse fra Mancino e il Quirinale vengano distrutte?

C’è gente che ha vissuto con coscienza gli anni delle stragi e probabilmente morirà senza conoscere mai la verità dei fatti. Si chiede giustizia agli altri, ma questa non piove dal cielo: si costruisce.

E allora si dia un segnale vero di rottura con il passato; si consegni a questo Paese una dignità massacrata da decenni di silenzio. Si ridia voce a chi è stato messo a tacere. Ecco, se si vuole ricordare i giudici caduti fra il fuoco delle bombe, questi sono gli strumenti. Attendiamo con fiducia nella speranza che non dovranno passare altri quarant’anni dall’ultima verità negata.

di Pasquale Ragone

(Articolo tratto da “International Post”, 20.7.2012)

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