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Mani Pulite, 20 anni dopo fra verità emerse e l’inconfessabile “pista rossa”




(foto fonte web)

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Vent’anni non sono pochi ma per la giustizia sembra essere un tempo così breve, tanto da non riuscire a far comprendere realmente cos’ è stata “Tangentopoli”. Il 17 febbraio del 1992 si consuma il primo atto di una storia ancora in attesa di piena giustizia.

“Un mattino d’inverno”, così come il giornalista Enzo Biagi definì quella giornata storica, l’imprenditore Mario Chiesa è tratto in arresto nel celebre “Pio Albergo Trivulzio” a Milano. L’accusa non lascia scampo: ha intascato diverse tangenti da vari imprenditori. A suggello dell’accusa giungono i milioni di lire che Chiesa ha ancora in tasca e nel proprio ufficio.

Mario Chiesa è uomo di punta del Partito Socialista Italiano, nelle previsioni futuro candidato a sindaco di Milano. Ma quel “mattino d’inverno” la storia cambia e dà inizio a un’altra ben più intricata e complessa: Mani Pulite.

Quest’ultima è infatti l’espressione che sia la magistratura che i giornali utilizzeranno per identificare quel mondo di scatole cinesi, passaggi di denaro e accordi poco leciti fino ad allora solo sospettati ma mai dimostrati da alcuno. Per dare seguito alle indagini si dà vita a un Pool formato da Antonio Di Pietro, Piercamillo Davigo, Francesco Greco, Gherardo Colombo, Tiziana Parenti e Ilda Boccassini, guidati da Francesco Saverio Borrelli e Gerardo D’Ambrosio, rispettivamente procuratore e vice-procuratore capo.

E il Pool ottiene i frutti sperati: in carcere Mario Chiesa inizia a fare i nomi e a rivelare un giro d’affari ben più ampio fatto di tangenti considerate una sorta di “abitudine” nel quotidiano dialogo fra imprenditoria e politica.

Sin da subito il grande inquisito diventa Bettino Craxi, segretario del Psi. Non servono le sue negazioni per scongiurare l’ondata di arresti che la Procura di Milano chiede e ottiene, espandendo così a macchia d’olio il giro d’affari. Si scopre così che il Psi è solo un ingranaggio nel meccanismo della corruzione.

Nella bufera finiscono mano a mano tutti i partiti dell’epoca a eccezione dell’Msi e del Pci. Il mirino del Pool si sposta rapidamente sulla Democrazia Cristiana, al centro del potere clientelare. L’impatto mediatico è così forte da erodere poco alla volta il consenso nella Dc: le elezioni dell’aprile1992 avrebbero decretato un calo del 5%. Ma sarebbe stato in qualche modo il male minore.

Da lì a pochi mesi i pezzi da novanta della Dc, Forlani e Andreotti, avrebbero visto sfumare la propria corsa al Quirinale, aggravata dalla Strage di Capaci. Una serie di eventi portano così Oscar Luigi Scalfaro al Colle, anch’egli democristiano ma lontano dalle connivenze a suon di tangenti. Ma questi citati sono solo, in estrema sintesi, i fatti principali legati ai primi quattro mesi di Tangentopoli. I veri nodi da sciogliere e i misteri sono invece ben altri.



(foto fonte web)

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Ad esempio non si è mai compreso perché, nonostante le dichiarazioni di Bettino Craxi messe a verbale, nessuno abbia mai approfondito la cosiddetta “pista rossa”, vale a dire le collusioni fra il Partito Comunista Italiano e quei finanziamenti in nero provenienti dalla “madre Russia” così come da imprenditori più o meno scaltri dove qualcuno era sempre il tramite di qualcun altro.

Il sistema funziona(va) così: gli imprenditori cercano il partito di punta e offrono fondi per sostenerne la campagna elettorale e le più generiche attività di partito; quest’ultimo accetta o rifiuta quell’offerta rigorosamente in nero, della quale si sporca solo un funzionario che il più delle volte è il capro espiatorio, elargendo i favori necessari alla generosa azienda per incrementare gli affari.

La Dc e il Pci sono stati i due principali partiti della Prima Repubblica: la prima è finita al macello mentre la seconda scagionata. Qualcosa non torna.

Entrambi avevano denaro a sufficienza per ricche campagne elettorali, ben più di quanto la base di ciascun partito era in grado di dare, ed entrambi erano stati citati da Craxi nel corso del processo Cusani come i principali partiti che usufruivano del denaro in nero.

Lo stesso Craxi aveva più volte denunciato come tutti i componenti del Parlamento, ma proprio tutti compreso l’attuale Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in qualità di Presidente della Camera all’epoca dei fatti citati, sarebbero stati a conoscenza dei bilanci falsi che i partiti regolarmente presentavano in Parlamento, bilanci falsi in virtù del danaro nero ricevuto.

Eppure il mirino del Pool di Milano non lascia scampo: la Dc è pienamente colpevole e il Pci è pienamente assolto. Ma sarebbe bastato scavare più a fondo nelle dinamiche delle cosiddette “cooperative rosse” oppure approfondire quei tanti dettagli e nomi fatti da Craxi in sede processuale; sarebbe bastato utilizzare per il Pci la stessa identica formula del “non poteva non sapere” tanto utilizzata per i segretari di turno della Dc.

Sarebbe bastato indagare i bilanci del Pci e chiederne riscontro, così come tentare di scoprire quanti e quali prestanome stavano anche sull’altra sponda, quella rossa. Con la stessa abilità utilizzata per scoprire i conti svizzeri fittizi mimetizzati da nomi come “Fiuggi” e “Levissima”, sarebbe stato possibile vederne altri e magari scoprire che da qualche altra parte addirittura l’acqua diventava vino.

Si sarebbe così scoperta anche l’altra faccia della medaglia laddove “non vedeva solo chi non voleva vedere”, riprendendo le parole di Craxi.

Invece si è preferito abbattere solo la Balena Bianca e i pesci attorno ad essa.

Una caccia iniziata “un mattino d’inverno” del 17 febbraio 1992.

di Pasquale Ragone

 (Articolo tratto dal settimanale “International Post”, 13.2.2012)

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