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Ricordando Vittorio Occorsio, il magistrato controcorrente: dal “Piano Solo” agli “Anni di piombo”




(foto fonte web)

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Il senso di un ricordo acquista maggiore forza quando ciò avviene in momenti controversi della storia. Ricordare oggi Vittorio Occorsio significa avere memoria dell’impegno di quella parte dello Stato che ha lottato anche quando un’altra metà di quello stesso Stato tentava di deviare, depistare, nascondere la verità.

Il magistrato Vittorio Occorsio muore il 10 luglio 1976 a Roma, in seguito a un attentato che ufficialmente sarebbe stato commesso da Pierluigi Concutelli appartenente a Ordine Nuovo, movimento di estrema destra che attraversa l’intero periodo stragista italiano.

Molte volte la morte di una persona riflette il comportamento tenuto in vita.

E senz’altro la vicenda di Occorsio rientra appieno all’interno di questa categoria. Egli è stato il magistrato che ha attraversato le vicende italiane che per quasi un quindicennio hanno caratterizzato la vita politica e sociale italiana.

Di Occorsio si ha memoria infatti sin dal primo processo per il famigerato “Piano Solo”, vale a dire il progetto golpista di conquista del potere ordito dal generale De Lorenzo, nel 1964 a capo del Sifar (il servizio segreto italiano che negli anni successivi sarebbe diventato Sid) e mai portato a termine per ragioni sulle quali ancora oggi gli storici dibattono.

(foto fonte web)

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Il piano prevedeva l’arresto di uomini ritenuti di sinistra in caso di “avanzata comunista” in Italia in termini politici e sociali. Alla “rivoluzione” doveva corrispondere un’azione da parte dei carabinieri.



Quando nel 1967 scoppia lo scandalo e l’opinione pubblica viene a conoscenza di quanto ordito nell’estate di tre anni prima, inizia un processo controverso. Occorsio è all’epoca Pubblico Ministero e a lui si attribuisce l’interrogatorio (quello al generale Zinza) che permette di rivelare all’Italia la reale esistenza del piano.

Il coraggio di Occorsio nell’andare controcorrente a difesa di chi quella verità l’ha altrettanto coraggiosamente sbandierata sulle pagine de “L’Espresso” è l’emblema di un rapporto che oggi forse vive una crisi profonda: quello fra stampa e magistratura.

La denuncia di un fatto di rilevanza pubblica, l’interesse e l’ostinazione dei magistrati, così come il tentativo di evitare insabbiamenti in sede processuale, è tutto ciò che basta a una società per ricominciare ad avere fiducia nelle Istituzioni che la compongono.

Pur di arrivare a una verità, Occorsio ha perduto la vita dopo aver combattuto per conoscere la realtà dei fatti nella tristemente nota “Strage di Piazza Fontana”, così come in tutte le vicende delittuose che hanno riguardato i cosiddetti “Anni di piombo” nell’eterna lotta fra fazioni estreme della politica italiana guidate da apparati deviati che oggi gli storici indicano come “apparati deviati dello Stato”.

Il magistrato Occorsio aveva probabilmente compreso bene quest’ultima definizione e sapeva dargli un’interpretazione che forse ancora sfugge a causa di chi certe vicende tenta di nasconderle, insabbiarle come allora.

La memoria di Vittorio Occorsio è pertanto una delle più preziose che l’Italia è chiamata a conservare. Ricordare la sua figura significa ripercorrere la storia d’Italia e comprendere che un altro Stato è possibile; comprendere che un altro modo di intendere la società è tutt’altro che un’utopia. E poco importa se qualche colpo di pistola ha posto fine a una vita: si muore così come si vive.

Nel caso di Vittorio Occorsio la morte si veste di coraggio, di amore per la verità, di passione per un Paese dilaniato da chi ha pensato di usarlo per i propri obiettivi, di giustizia per chi fatica ad averne.

E’ proprio così che Occorsio ha vissuto, vero uomo di Stato.

di Pasquale Ragone

(Articolo tratto dal settimanale “International Post”, 5.12.2012)

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