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Quel delitto irrisolto: il caso Perruzza




(fonte web)

(foto fonte web)

Il caso della Biancaneve di Case Castella, frazione di Balsorano al confine tra Lazio e Abruzzo, non ha ancora un colpevole
Cristina Capoccitti, una bambina di sette anni, fu uccisa nel 1990 in un bosco vicino casa. Il processo per la sua morte, a carico dello zio Michele Perruzza, intorbidì ancora di più le ipotesi sia sul movente che sull’assassino.

Infatti il delitto di Cristina Capoccitti è legato ad un ulteriore dramma, quello dello zio, indagato, condannato per l’omicidio e successivamente morto da innocente in carcere. Un uomo brutto e rozzo, perfetto come mostro da accostare a quella scarna scena del crimine che si presentò agli inquirenti.

La scena
Il piccolo corpo giaceva in una siepe. Era coperto solo della magliettina e dei calzini bianchi. Il pantaloncino fu trovato poco distante. Lì vicino, gli inquirenti trovarono anche una grossa pietra appuntita sporca di sangue. Un caso del genere suscita scalpore, soprattutto in un paese di poche anime come Balsorano.

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Bisognava trovare il colpevole e al più presto. Doveva avere i connotati di un mostro e Michele Perruzza era adatto per impersonificare quel ruolo. Nonostante pochi giorni dopo la tragedia il cugino tredicenne di Cristina si accusò dell’accaduto, cambiando diciassette volte versione, venne indagato e condannato il padre.



Michele Peruzza giurò più volte sulla sua innocenza, ma ad incastrarlo fu una delle versioni del figlio Mauro. Questi, infatti, dichiarò di avere visto il padre colpire con una pietra la piccola Cristina. L’emblema della vicenda è stato quell’ultimo sguardo tra padre e figlio ed un grido: “Sono stato costretto”.

L’episodio del giornalista
Troppe le tenebre su questo caso. Le coincidenza si sono susseguite l’una dopo l’altra ma nessuna ha fornito una risposta chiara ed obiettiva. Il ragazzino accusatosi non era perseguibile perché minore degli anni quattordici.

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Tra l’altro, non sarebbe stato un esecutore eclatante. Sparì, inoltre, una cassetta con su inciso un interrogatorio del presunto orco. Un cronista, convinto dell’innocenza dello zio di Cristina, venne incastrato da un poliziotto. Solo dopo mesi si venne a conoscenza della verità sull’innocenza del giornalista che venne risarcito con molte scuse.

In questa situazione venne ad aprirsi anche un processo satellite presso il Tribunale di Sulmona, sempre a carico di Michele Perruzza, che lo vide imputato per aver istigato il figlio ad autoaccusarsi.

Il test del DNA darà la prova dell’innocenza dell’orco eletto dalla giustizia ad omicida di Cristina. Michele Perruzza, però, non farà in tempo ad essere scagionato con la revisione del processo. Morirà gridando ancora la propria innocenza. Solo un infarto, all’età di 52 anni, aprì per lui le porte del carcere nel 2003.

Un innocente dietro le sbarre. Un errore che si è protratto per la macchinosità di una “ingiusta – giustizia” che invece di trovare un colpevole, ha fornito una nuova vittima. Il principio dell’oltre ogni ragionevole dubbio, tanto esaltato dagli ermellini del Palazzaccio, presupposto a manifestazione di una verità processuale chiara, manifesta ed obiettiva, non è riuscito a sottrarre un innocente dal carcere.

di Luca Fortunato

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