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Alessandro Valeri – Ai confini tra due mondi




(fonte foto Jonathan Turner)

(fonte foto Jonathan Turner)

“Alla fine degli anni 1980, sono rimasto affascinato dalla metropoli di New York, da Chinatown, Little Italy e Harlem,” racconta Alessandro Valeri. “La città mi sembrava un mix di arte Vittoriana, Art Deco e urbanizzazione del dopoguerra. Una composizione urbana assolutamente folle, a metà strada tra ricchezza e povertà, con la bellezza dei grattacieli in netto contrasto con la fatiscenza dei decrepiti edifici in stato di abbandono. Sono rimasto affascinato dal fervore intellettuale dell’East Village e da icone americane quali Bukowski, ma soprattutto da tutte quelle persone che vivevano ai confini della realtà che per certi versi somigliavano alle enormi e semi distrutte automobili degli anni 70, ammaccate carcasse che consumavano come spugne e che ancora pattugliavano le strade.”

“Al contempo però, sono anche rimasto colpito dalla capacità di Andy Warhol di comunicare  le sue idee sul marketing di massa. La sua morte nel 1987 mi ha letteralmente scioccato ed è stato allora che ho cominciato a lavorare su una serie di sguardi alternativi su New York, con l’intento di mostrare l’altra faccia della città, compresi i tanti luoghi frequentati da Warhol.”

Da allora Valeri ha puntato il suo obiettivo su Alphabet City e il Meat Market, zone di New York all’epoca molto pericolose e malfamate al punto che alcune delle sue fotografie sono state scattate dal finestrino semiaperto di un’auto. Così facendo, Valeri è riuscito a catturare la natura surreale del Surf Bar, un locale della zona con il pavimento cosparso di sabbia e le tavole da surf attaccate alle pareti. Ha fotografato le insegne dei negozi, le finestre coperte da tavole di legno, i parcheggi vuoti, i negozi di liquori super forniti,  i venditori ambulanti e i bambini che giocano per la strada.

(fonte foto Jonathan Turner)

(fonte foto Jonathan Turner)

Queste immagini della storia sociale e architettonica del XX secolo, tra cui ricordiamo quella della vecchia sede della Pan Am e quella della fabbrica della Colgate ormai demolita, sono emblematiche tanto quanto quelle che ritraggono il traffico caotico nella panoramica di Valeri verso l’Hudson, con Little Italy a sinistra e Chinatown a destra.

Tuttavia, l’opera di Valeri si allontana dai principi del foto-giornalismo e del reportage d’archivio perché essendo meno interessato al concetto di rappresentazione, si concentra soprattutto sull’uso del mezzo fotografico come veicolo per trasmettere emozioni, guardando più allo stato d’animo che al soggetto delle sue fotografie. I paesaggi urbani della sua New York non riguardano solo ed esclusivamente la città ma vogliono trasmettere la sensazione della trasformazione, mantenendo l’equilibrio  tra sporcizia e perfezione.

Tutto ciò è visibile anche nella serie di fotografie che Valeri ha realizzato alla fine del millennio durante la tournée romana del Circo Togni nel dicembre del 1999. Vivendo con la compagnia del circo per circa un mese, Valeri è entrato praticamente a far parte della famiglia e le fotografie che ha scattato rivelano una profonda intimità, fiducia e suspense. I volti dei trapezisti, degli acrobati, dei clown e del domatore sono espressivi e complici. Nulla è lasciato al caso.

“Nel backstage, sono tutti vulnerabili. Il luogo è pericoloso, con gli animali che vagavano a loro piacimento, compresi un ippopotamo, un elefante e un bisonte. Entra in scena il pagliaccio e esce il rinoceronte. La tensione era una costante.”

(fonte foto Jonathan Turner)

(fonte foto Jonathan Turner)

Valeri si è posto al confine tra due mondi mettendosi direttamente dietro quella tenda che separa il backstage dalla pista del circo dove si esibiscono gli artisti. Ed è lì, su questa sorta di cancello nel quale si passa dalla dimensione più privata del backstage a quella pubblica che ha scattato le sue foto.

“Non era tanto lo spettacolo in sé ad affascinarmi quando l’atmosfera, lo stato d’animo dei momenti che precedono lo spettacolo, e quella loro vita nomade.”

Valeri è rimasto colpito soprattutto dalle possenti motivazioni umane che sono alla base di quei numeri di forza e abilità che ha visto e vissuto nel backstage e dal fortissimo legame che unisce gli artisti circensi provenienti da tanti paesi diversi. E come nella serie di fotografie su New York, anche questi scatti catturano un mondo che sta scomparendo. Molti dei numeri acrobatici che vediamo nell’opera di Valeri oggi sono vietati dalla legge poiché considerati troppo pericolosi così come molti degli animali selvaggi ritratti non possono più essere utilizzati negli spettacoli circensi.

Quella di Valeri è una fotografia che sovverte continuamente le regole. Nel corso degli anni, Valeri ha creato dei potenti ritratti di modelli, attori, stilisti, musicisti e atleti, persone che generalmente sono a proprio agio nel loro corpo, esagerando a volte – scientemente – l’erotismo del simbolismo. In Le Ali ha raffigurato la top model inglese Naomi Campbell nei panni dell’angelo vendicatore. Inginocchiata e nuda, rivolge lo sguardo indietro verso chi la guarda con sfida. Le ali sovradimensionate dell’Annunciazione sono annerite e minacciose. Di segno diametralmente opposto, La Rosa è una rappresentazione esageratamente romantica di Valentino Rossi, campione mondiale di motociclismo. La rosa rossa che tiene tra i denti fa il verso alla sensualità delle sue labbra. Personaggi pubblici come i due precedenti sono stati fotografati migliaia di volte ma Valeri proietta sui suoi modelli uno sguardo differente. Qui si combatte una sotterranea e sottile battaglia tra l’icona pubblica e l’iconografia.

Molte delle stampe ai sali d’argento di Valeri sono ingrandite a dismisura. Nei suoi più recenti scatti in bianco e nero, il corpo umano diventa un paesaggio con picchi e valli nascoste. I nudi adagiati diventano composizioni nelle quali ombre profonde contaminano la luce. Le curve femminili sono evidenziate da pennellate gestuali color avorio, con una consistenza simile a quella dello zabaione. Alcuni segni graffiano la superficie delle stampe simili ai graffi provocati dagli artigli di una pantera.

Rembrandt’s Reverse è un’immagine totemica di Valeri che raffigura la testa di un uomo mostrata in maniera simmetrica e a faccia in su evocando il minimalismo di un teschio. Attraverso l’uso della luce che esaspera le ossa e il nero dei lineamenti, le cavità oculari e la bocca diventano dei vuoti. Questa immagine è ingrandita esageratamente e la sua dimensione è letteralmente esplosiva ma non è semplicemente il ritratto di un uomo.

“Mette in luce le ombre della comunicazione,” spiega Alessandro Valeri. “In questa immagine, vediamo solo l’oscurità degli occhi, del naso e della bocca e quindi si può definire un ritratto che raffigura la vista, il respiro e la parola.”

 di Jonathan Turner

Gennaio, 2013

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