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Il figlio di Giuda (Richard Brooks, 1960)




(foto fonte web)

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America, anni ’20: il caso fa cambiare vita a un ciarliero piazzista che, attratto da una sua adepta, si unisce alla setta religiosa dei Revivalisti diventandone in breve, grazie alle sue capacità oratorie, ideologo e trascinatore.



Dall’omonimo romanzo di Sinclair Lewis. Con grande anticipo sui tempi, il primo film politico del cinema americano anni ’60: lo sguardo al passato (il decennio proibizionista) è stratagemma per riflessioni senza tempo sul controverso rapporto che lega la religione alla società di massa, su come una manipola l’altra e si fa a sua volta manipolare, smarrendo inesorabilmente il suo obiettivo originario per la mondanissima difesa del proprio status quo.

Prima parte di impervia interpretazione per i non-americani, poi cresce fino a diventare un apologo di attualità quasi contemporanea (benché abbia ormai quasi cinquant’anni) sull’indecifrabile spiritualità della parte più nascosta e invisibile della popolazione americana (non a caso il film e il romanzo, come molte altre opere di Lewis, sono ambientati nell’inesistente stato del Winnemac). 3 Oscar, in vari modi tutti meritati, per il gigione Burt Lancaster (di un soffio meglio di Jack Lemmon ne “L’appartamento”), per la meretrice Shirley Jones e per l’importante sceneggiatura dello stesso Richard Brooks.

Il figlio di Giuda

(Richard Brooks, 1960)
genere: Politico

http://cinema-scope.org/

recensione di Giuseppe Pastore

 

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