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La classe operaia va in paradiso (Elio Petri, 1971)




(foto fonte web)

(foto fonte web)

Lulù Massa, stachanovista della pressa dal problematico ménage familiare, si lascia trascinare nelle proteste e negli scioperi da alcuni suoi “compagni” più giovani e riottosi.

Palma d’Oro a Cannes 1971 ex-aequo con un altro film di Volonté, “Il caso Mattei” di Rosi. Sono passati trentasei anni e, nonostante tante rivisitazioni, retrospettive, “come eravamo”, molti dei quali recentissimi (il cinema italiano d’oggi sa solo guardare al passato), “La classe operaia va in paradiso” rimane ancora il film italiano che meglio ha catturato il clima e gli umori delle cupe stagioni politiche e sociali degli anni ’70.



Rimanendo fedele, un anno dopo l’”Indagine”, ai temi cari a Elio Petri (il potere e la nevrosi generata dal possederlo o ambirlo), affonda e rigira impietosamente il coltello nella piaga della lotta di classe, individuandone il germe, isterico e semplicisticamente sloganistico, dal quale nasceranno di lì a poco gli anni di piombo.

Animata a tutto vapore dalla sceneggiatura firmata con Ugo Pirro, una satira violenta e deformante con alte citazioni che caricaturizzano la cultura operaia (nelle inquadrature iniziali delle statue par addirittura di cogliere dei riferimenti ad Ejzenstein), con un Volonté maiuscolo che passa senza fare una piega dall’accento siciliano a quello milanese.

Infine, il motore per una riflessione generale sul depauperamento mentale e creativo del nostro cinema, chiuso nelle sue sceneggiature goffe e inesistenti, finito ad evitare come la peste bubbonica qualsiasi anche minimo rimando alla realtà sociale che non sia già stato precedentemente rimasticato dai giornali e dalla tv. Banalissimo dirlo, ma oggi film così non ne facciamo più.

La classe operaia va in paradiso

(Elio Petri, 1971)
genere: Politico

http://cinema-scope.org/

recensione di Giuseppe Pastore

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