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Il crimine che diventa spettacolo


(foto fonte web)

(foto fonte web)

Si cela una curiosità primordiale dietro l’attenzione prestata ai meccanismi delittuosi, come se di fronte all’idea di penetrare la cortina del Male, studiando od anche soltanto leggendo i casi più eclatanti della criminalità, soprattutto di quella omicidiaria, si subisse un fascino perverso, siano essi reali o frutto di fantasia artistica. Si tratta di un meccanismo si scatena in ognuno di noi, in realtà, tutti i giorni.

L’istinto aggressivo     

Porre l’attenzione sulla centralità dell’istinto aggressivo potrebbe essere utile per individuare ed argomentare lo stretto collegamento tra il messaggio contenuto nella notizia di un’azione criminale  violenta, come ad esempio un omicidio, e la reazione di chi, nel momento in cui viene divulgata, ne viene a conoscenza.

Da sottolineare come esista un rischio, non sempre calcolato,  nella divulgazione del crimine, quello cioè di suscitare una reazione violenta,  un interesse morboso che, per diverse ragioni, si spinge al di là del mero stimolo intellettuale.

Il delitto

Non è un caso che, dalla tragedia greca alla letteratura moderna, da Shakespeare a Dante, e persino agli autori dei fumetti più recenti come il Berardi, ideatore della criminologa Julia, il delitto sia al centro dell’attenzione, essendo in grado, a volte, di suscitare nel lettore un interesse più grande di qualunque altra vicenda.  Pensiamo infatti alla cronaca nera che, statisticamente, è quella più seguita in assoluto.

Il concetto dell’istinto atavico di prevaricazione e di aggressività, rappresenta una delle costanti del pensiero psicologico e filosofico-religioso. Basta pensare ad esempio all’idea stessa del peccato originale, che, al di là della sua descrizione biblica come colpa ereditata, rappresenta il germe di  una potenziale “cattiveria” che l’homo potrà espiare solamente vivendo una vita da “buono”.

L’efferatezza

Di fronte a scene particolarmente cruente si è soliti attribuire all’essere umano una componente istintuale “animalesca”, quale simbolo di un’aggressività cieca. Solitamente, infatti, definiamo “efferati” i crimini più atroci, utilizziamo cioè, un aggettivo che ha esplicite affinità semantiche con il termine “fiera”, cioè bestia predatrice.

Tuttavia l’istinto non è una prerogativa del mondo animale, bensì un movente interno, una risposta organizzata, innata ed ereditaria, che in quanto tale, appartiene a qualunque animale, compreso l’uomo, e l’istinto è proprio una delle fondamentali spinte motrici nell’attuazione di comportamenti devianti.


I media

Attraverso il sistema mediatico si realizza una maggiore visibilità del crimine, e se da una parte è vero che la maggiore visibilità del crimine non implica di per sé una crescita della criminalità, dall’altra è anche vero che la società mediatica, inducendo una maggiore confidenza con il mondo della rappresentazione e della comunicazione del crimine, potrebbe favorire una più semplice “familiarizzazione” con lo stesso, generando un possibile effetto di “contagio sociale”, mettendo appunto il fruitore del messaggio in relazione con la concreta possibilità di realizzarlo con l’emulazione e comunque di giustificarlo e  dunque nella condizione persino di accettare la condotta criminosa.

Infatti sempre più frequentemente, il crimine e la narrazione che ne rievoca la storia, si trasformano in uno spettacolo e lo dimostra il perdurante interesse per le vicende criminali, soprattutto per quelle di sangue, cui si lega il successo di pubblicazioni e trasmissioni televisive improntate sulla ricostruzione dei singoli casi o sulla loro sintesi processuale, in cui è possibile percepire un gusto generalizzato per la spettacolarizzazione della violenza.

Esempi nel cinema

È possibile ipotizzare, ed è stato da più parti anche sostenuto, che la spettacolarizzazione dell’evento criminale  potrebbe provocare la genesi di nuovi delitti in base ad una spinta emulativa. Per quanto concerne la pellicola cinematografica, ad esempio, questa, offrendo una rappresentazione visiva dell’accadimento violento nel suo divenire, genera, a breve e soprattutto a lungo termine, un impatto emotivo ed emulativo molto forte come accadde ad esempio con il film “Arancia Meccanica”, che determinò una recrudescenza di crimini analoghi a quelli rappresentati da Kubrik, o al fenomeno più contemporaneo della serie “Romanzo Criminale”, che nel narrare le gesta della Banda della Magliana, si è  offerta a molti da spunto per portare avanti azioni criminali simili.

Inoltre non possiamo trascurare un altro fondamentale aspetto e cioè quello relativo al corretto funzionamento della giustizia, poiché un intervento eccessivamente invasivo dei media, così come  è in grado di condizionare l’opinione pubblica, condiziona anche coloro che operano a vario titolo nell’ambito del procedimento penale, con considerazioni conclusive non sempre rispondenti a verità.

È accaduto infatti, in passato e anche recentemente, che un intervento massiccio e senza moderazione dell’opinione giornalistica abbia interferito con i fatti.

Non bisogna tuttavia  generalizzare e credere che ogni rappresentazione di un delitto, sia essa frutto di fantasia o meno, possa a sua volta generarne di nuovi, risvegliando gli istinti distruttivi di alcuni soggetti particolarmente predisposti.

Infine, proprio perché il crimine ha il fascino dell’eccezionalità quando viene spettacolarizzato, crea anche effetti collaterali morbosi, come i pellegrinaggi nei luoghi del delitto. È come se il turismo macabro potesse in qualche modo esorcizzare la parte oscura presente in ognuno di noi poiché l’uomo, allo stesso tempo, teme ed evita il male, ma lo ricerca anche essendone per un istinto atavico, profondamente attratto.

di Francesca De Rinaldis

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