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City of God, tra realtà e finzione




(foto fonte web)

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A circa dieci anni dall’uscita di un film che ha fatto storia: povertà, violenza e narcotraffico.

Il male detta legge

La povertà è un male diffuso, un morbo che si presenta con sintomi manifesti ed inconfutabili quali fame, disperazione, violenza. La sua diffusione, ovunque osteggiata, appare piuttosto contenuta nella nostra florida Europa occidentale, culla dei valori cristiani e del mondo civilizzato.

Stati, associazioni benefiche, qui sovente si mobilitano per aiutare i bisognosi distribuendo rimedi a base di sussidi ed istruzione, perché tutto sommato la ricchezza c’è ed è tale da poter essere condivisa, anche solo in minima parte, senza alterare troppo lo status quo.

Ma cosa succede nel resto del mondo?

La dura verità è che esistono realtà, lontanissime dalla nostra, in cui la corruzione e la violenza non costituiscono un’eccezione, sono bensì la regola, e se anche destano scandalo per qualche giorno, durante il resto dell’anno si è rassegnati a conviverci. Le favelas in Brasile ne rappresentano proprio il perfetto esempio.

Un film coraggioso

City of God è un film del 2002 del regista Fernando Meirelles ambientato nella favela di Cidade de Deus, ‘città di Dio’, un’eterogenea comunità ad ovest di Rio de Janeiro.

La spaccato di vita catturato da questa pellicola, tratta dall’omonimo romanzo dello scrittore brasiliano Paulo Lins, a sua volta basato su avvenimenti realmente accaduti, è dei più spietati, con violenza adottata in maniera gratuita, droga e pistole, tante pistole, a farla da padrone.



(foto fonte web)

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Si combatte per sopravvivere, si combatte per i soldi, si uccide per il controllo del territorio e del narcotraffico, o per il semplice gusto di farlo.

Il film regala a chiunque lo guardi la possibilità esclusiva di conoscere dall’interno, immedesimandosi, tramite le vicende drammatiche di ciascun personaggio, la terribile storia di una favela.

L’uscita nelle sale e le ripercussioni

Al suo esordio il film ha avuto un notevole successo, ottenendo anche 4 nomination agli Oscar, ma soprattutto ha regalato una risonanza inedita a quella realtà più o meno dimenticata dal resto del mondo. In un quadro così oscuro spiccarono le testimonianze di chi viveva lì, ma che coraggiosamente ne rifiutava le leggi e soprattutto non aveva intenzione di piegarsi alla criminalità locale.

Dieci anni sono passati e qualcosa è senza dubbio cambiato. Gli sforzi di migliorare l’immagine e la qualità di vita dei brasiliani delle favelas hanno dato alcuni frutti. Nel 2009 è stata aperta l’Upp, l’Unità della polizia pacificatrice creata per contrastare l’affermazione dei narcos.

Praticamente in concomitanza con l’uscita del film è stato poi istituito il Pt, il Partido dos Trabalhadores, e la situazione è incominciata a trasformarsi in tutto il Brasile, con la conquista di libertà prima impensabili come la possibilità di contestare il governo.

Le differenze di classe hanno continuato ad essere spaventosamente marcate e ed il conseguente livello di frustrazione elevato, ma sì è riusciti nell’impresa di ridestare la coscienza politica e sociale della popolazione, almeno in parte, vincendone le riserve.

Malgrado ciò la via della riabilitazione è lunga, tutt’altro che semplice, ed il pericolo della ricaduta si cela dietro l’angolo. Emblematico in tal senso è quello che è accaduto ad alcuni degli attori del film-inchiesta che infine hanno abbracciato la vita criminale, stavolta sul serio. Ha generato inoltre non poco scalpore la notizia dell’arresto del coproduttore del film, il francese Marc Beauchamps con l’accusa di traffico di droga internazionale.

Ciò può significare solo una cosa, che forse e purtroppo City of God resta un film attuale; allora, ora, ancora. Da vedere, per riflettere.

di Mara D’Alessandro

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