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I genitori che ritirano i figli, imbarazzo nazionale




(foto fonte web)

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Un viaggio tra le scuole elementari italiane che si confrontano con l’interculturalità. Tra genitori che scelgono di ritirare i propri figli e altri che credono che la diversità possa essere una ricchezza.

La diversità è una ricchezza o un ostacolo all’apprendimento? Tiene banco sui giornali italiani questo dilemma socio-culturale, con diversi casi che stanno inondando le pagine di cronaca dei nostri quotidiani. Da una parte, c’è chi è assolutamente convinto che le differenti culture possano essere uno stimolo per aprire la mente al confronto fin da bambini; dall’altra, fioccano le lettere di protesta dei genitori ai presidi, per classi ‘invase’ da bambini stranieri.

I casi più eclatanti

Tra le vicende che più si sono fatte notare sulla carta stampata, spiccano quello di una scuola elementare del vicentino, dove si è deciso di separare italiani e stranieri in classi differenti o, spostandosi in provincia di Novara, quello del trasferimento di massa di scolaretti nati nel territorio nazionale in un’altra scuola, perché quella dove studiavano si è ‘riempita’ di bambini rom.

O, ancora, sono tanti sui quotidiani – soprattutto locali – i casi di genitori che si appellano al preside perché non facciano restare i propri figli in classi con “troppi stranieri” (a Guastalla, vicino a Reggio Emilia, è stato chiamato in causa addirittura il sindaco), mentre in un paese delle campagne bergamasche è venuta alla luce la storia di una vera e propria classe-ghetto, dove far studiare tutti gli stranieri iscritti, senza nessun italiano.



(foto fonte web)

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Milano in controtendenza

Non tutti, evidentemente, la pensano in questo modo. Dalle pagine di Repubblica, la penna di Zita Dazzi ha evidenziato un caso del tutto differente che proviene dalla periferia milanese. Qui, il preside di una scuola elementare fa dell‘inteculturalità un vanto.

Interpellato dal giornale nazionale, Giovanni Del Bene – dirigente dell’istituto di via Dolci – si è addirittura ‘vantato’ del lavorare in una scuola con iscritti di ben venticinque nazionalità diverse. «I bambini hanno diritto all’istruzione, come dice la Costituzione. Io accetto tutte le domande di iscrizione e non guardo il passaporto» spiega Del Bene, che aggiunge: «Non ho genitori che ritirano i figli per paura degli stranieri» ed è qui, forse, il dato più rilevante.

Una questione di interculura

Non chiamatela scuola multietnica: «Si tratta di una scuola che si confronta con l’intercultura», sottolinea il preside, che, a 67 anni e dopo decenni di studio della pedagogia, conosce bene le differenze tra la ‘multietnicità‘, che indica un semplice coesistere tra persone di diversa cultura e ‘interculturalità‘, che invece sottolinea un rapporto di collaborazione e scambio.

«Qui abbiamo classi dove si parla l’hurdu e l’inglese, l’arabo e lo spagnolo, ma non è mai stato un problema» e, anzi, aggiunge: «Non vorrei apparire retorico, ma qui, davvero, la diversità è accolta come una ricchezza».

Via Dolci a Milano, tra utopia e realtà

Eppure il caso della scuola elementare di Milano, continua ad apparire come un modello di utopia se paragonato agli altri articoli di giornale che riprendono fatti su questo tema. I genitori che ritirano i figli o che si lamentano della situazione restano in maggioranza.

Ma davvero la presenza massiccia di bambini di cultura diversa può essere un danno per gli scolari italiani? Dalle parti di via Dolci, a Milano, la risposta è decisamente un no. 

di Luca Romeo

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