(foto fonte web)
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Sebastiano Bosio era il primario di chirurgia vascolare di Palermo ma agli occhi della mafia aveva il difetto di essere fin troppo onesto. Nel corso della seconda metà degli anni ’70, Bosio è uno stimato chirurgo. Ma vivere a Palermo non è facile, e soprattutto non lo è per chi dirige ospedali.

Accade così che da un giorno all’altro ci si ritrova a ricevere telefonate, pressioni e richieste di ogni genere affinché i boss mafiosi ricevano ricoveri eccellenti per essere curati. Per molti si tratta di una prassi: per Sebastiano Bosio non lo era. In quanto primario, quest’ultimo ha il diritto di decidere se concedere o meno il ricovero.

Ed è qui che per lo stimato chirurgo comincia un’altra storia, quasi un’altra vita. I litigi con il direttore sanitario dell’ospedale Civico, Beppe Lima fratello di Salvo Lima vicino a Giulio Andreotti; le minacce tutt’altro che velate da parte dei boss; e addirittura intimidazioni da parte dell’ex sindaco palermitano Vito Ciancimino.

Ma il primario Sebastiano Bosio è irreprensibile: non è intenzionato a trasformare l’ospedale in un’ala dell’Ucciardone. Questa decisione gli costa la vita nel 1981 quando una sera di novembre, tornando a casa e ormai nei pressi di quest’ultima, gli vengono esplosi addosso diversi proiettili.

Per trent’anni quel delitto è rimasto senza un colpevole e senza che se ne conoscessero i mandanti nonostante i forti sospetti. Tanto più che qualcuno, pochi giorni dopo che la vedova Bosio si reca da Giovanni Falcone per esprimere i dubbi sulla morte del marito, pensa bene di indurla al silenzio con minacce tutt’altro che velate. Tuttavia, a livello giudiziario nessun indizio e nessun indiziato.

Oggi invece quel silenzio imposto dall’assenza di validi elementi si è rotto in modo definitivo. Sono le figlie del primario, Liliana e Silvia Bosio, a invocare e, notizia di questi giorni, a ottenere con successo non solo la riapertura delle indagini ma anche e soprattutto l’analisi di alcuni reperti conservati nel corso di questi lunghi anni.

Nello specifico si tratta dei proiettili sparati la notte del delitto. Cos’hanno di particolare? Esaminandoli e comparandoli con quelli utilizzati per i più classici omicidi di mafia, si scorge che la pistola utilizzata per uccidere Bosio è la stessa usata contro altre due persone, anch’esse “catalogate” negli omicidi di mafia.

In particolare si scopre che la mano assassina è quella di Nino Madonia, all’epoca killer dell’omonima famiglia che però nel 1981 si rivela essere al servizio dei Corleonesi nella guerra di mafia. Oggi Nino Madonia finisce nuovamente nel mirino della giustizia nonostante già sia stato condannato all’ergastolo proprio per i due omicidi citati.

Tornano così alla mente i tanti episodi che per la famiglia Bosio hanno rappresentato un vero e proprio calvario. Ad esempio quella volta che Vito Ciancimino si rivolse a una delle figlie del primario lasciandosi andare a frasi del tipo: “Ha capito che suo padre se l’è cercata? Ha fatto uno sgarbo a un amico di un amico che ha per un amico un mio amico. E ha sbagliato…”. Uno scioglilingua che oggi trova un senso.

Secondo la ricostruzione operata dalla stessa famiglia Bosio, l’amico di (tanti) amici sarebbe il boss Pietro Fascella. All’epoca pare che quest’ultimo fosse molto vicino a Mangano, a sua volta vicino ad altri boss legati a Vito Ciancimino. Fascella pare fosse stato ferito in un conflitto a fuoco proprio un paio di giorni prima del delitto Bosio.

Sarebbe stato proprio lui, quindi, il boss per il quale il direttore Lima tanto insisteva per il ricovero nei giorni in cui consumavano lunghe e accese discussioni con il primario dell’ospedale. E si comprenderebbe così il giro di amicizie citate da “don Vito”. Da Fascella a Mangano, passando per i fratelli Lima, fino a giungere a Vito Ciancimino.

Quella di Bosio è la storia di un intero Paese, fatto di amicizie, connivenze e corruzione. E’ la teoria “l’amico dell’amico” ad imperare, negli ospedali così come in ogni luogo dove si conservi un po’ di potere.

Arriveremo mai un giorno a sentire in tutti i luoghi di potere (Stato in primis) la stessa determinazione di Bosio nel dire “no” a boss e corruzione? La speranza è quella di trovare il coraggio di rispondere alla corruzione così come rispose Bosio: “Nemmeno se scende in terra il Padreterno!”.

di Pasquale Ragone
(Articolo tratto dal settimanale “International Post”, 12.12.2011)

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