Interruzione dell’esperimento Stanford

Esattamente sei giorni più tardi, contrariamente alle previsione che ne stabilivano una durata di due settimane, l’Esperimento Stanford venne interrotto per il bene degli stessi partecipanti.

Uno dei partecipanti, un detenuto, sviluppò in seguito un serio disturbo di tipo affettivo e, nota interessante, le guardie, tutte, apparvero dispiaciute dell’improvvisa interruzione.

Qualcuno espresse chiaramente disappunto perché, ebbe a sostenere, “si stavano divertendo“.

Posizione deplorevole, non c’è che dire, ma va sottolineato un risvolto in tal senso: nel momento in cui venne concesso alle guardie di togliere gli occhiali da sole, queste risultarono profondamente colpite dall’impatto di ciò che si presentava ai loro occhi.

Senza più lo schermo degli occhiali a interporsi fra loro e il modo dei sottomessi, a contatto visivo ristabilito, le guardie dimostrarono segni di pentimento per il comportamento esageratamente forte tenuto nei riguardi dei carcerati.

L’esperienza psicologica vissuta da entrambi i gruppi coinvolti li aveva letteralmente trasformati in ciò che rappresentavano.

Ne emerse come, il processo di deindividuazione, comporta una perdita di responsabilità personale.

In altri termini, la ridotta percezione delle conseguenze delle nostre azioni, infrange il controllo che esercitiamo sul senso di colpa, sulla vergogna, della paura stessa delle conseguenze.

Comportando un’inesorabile diminuzione della percezione del sé, lasciando invece terreno all’identificazione con il gruppo. E alla sua volontà.

Ancora più semplicemente, l’individuo posto in situazioni del genere, finisce con il ritenere le sue stesse azioni come espressione da ricondurre alla volontà del gruppo.

Numerosi furono gli aspetti emersi in questo studio che vennero ripresi negli anni, per esempio, lo stesso professor Philip Zimbardo si espresse molto chiaramente circa i fatti che accaddero nella famosissima prigione di Abu Ghraib quando, come ormai sappiamo, un gruppo di detenuti iracheni subì trattamenti violenti da parte di carcerieri americani.

All’emergere delle azioni compiute all’interno del famoso carcere, infatti, interpellato il professore rispose: “Gli eventi di Abu Ghraib mi hanno scioccato, ma non mi hanno sorpreso. I media e la gente di ogni parte del mondo si sono chiesti come sia potuto accadere che un gruppo di soldati selezionati, di entrambe i sessi, avessero potuto compiere azioni di siffatta malvagità. I vertici militari si sono affrettati a bollarli come ‘canaglie’ e ‘mele marce.’ Da parte mia invece mi sono subito chiesto che tipo di situazioni in quel blocco avessero condotto quei soldati a compiere azioni così degeneri.
La ragione per cui le immagini e le storie degli abusi di Abu Ghraib non mi hanno sorpreso, è che 30 anni fa assistei a scene molto simili nel corso di un esperimento che condussi personalmente presso la Stanford University: prigionieri denudati, incatenati, incappucciati, calpestati, umiliati e ridotti in uno stato di stress estremo. Alcune immagini del mio esperimento sono praticamente intercambiabili con le foto della prigione irachena.

Philip George Zimbardo scrisse un libro sulla sua esperienza che spiega il fenomeno cui assistette e che darà il nome al libro stesso: “Effetto Lucifero” (Feltrinelli, 2008).

Lucia Codato.

 

 

 

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