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Il mercato dei voti e la campagna elettorale hanno origini lontane, fino all’Impero Romano
Chi crede che la campagna elettorale e il mercato politico siano affare dei giorni nostri si sbaglia di grosso. Gli annunci, le manifestazioni e le orazioni proliferavano nell’antica Roma dove, ovviamente, per la mancanza dell’attuale tecnologia, i brogli e la compravendita di voti erano all’ordine del giorno. Succede così che nell’anno 63 a.C. un Giulio Cesare non ancora quarantenne, ancora all’inizio della sua brillante carriera politico-militare, spenda una fortuna per la propria campagna elettorale.

Nella corsa elettorale al titolo di pontefice massimo (la più alta carica religiosa dello stato romano) l’avversario principale di Cesare è un certo Quinto Lutazio Catulo, già console e princeps senatus in carica. Lutazio, per carriera e peso politico è nettamente favorito, e mette in atto una campagna elettorale fondata sulla compravendita del voto e sulla più pesante corruzione.

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Cesare ovviamente non sta a guardare e risponde con le stesse armi, dando vita al più antico ed estremo mercato politico di quel tempo. I soldi spesi sono talmente tanti che Cesare deve indebitarsi a tal punto da temere per la propria stessa vita in caso di insuccesso elettorale; sintomatica a tal proposito una frase detta dal comandante romano alla propria madre: “Oggi mi vedrai tornare o come pontefice massimo o come esule”.

Le elezioni si concludono con la vittoria del futuro Dittatore romano e l’aver sconfitto un avversario così potente, nonostante la giovane età, conferisce al neo-pontefice una credibilità e un’autorità senza eguali, come riporta lo storico Plutarco ne La Vita di Cesare: “[Cesare, ndr] intimidì gli ottimati, i quali capirono che avrebbe potuto indurre il popolo a qualunque audacia”.

Un esempio è l’immediata congiura di Catilina: Cesare è fortemente sospettato di averne preso parte, ma né Cicerone né Catone si espongono contro il pontefice, se non anni dopo, in seguito alla sua morte. Non solo Cesare ne esce “pulito”, ma riesce pure a non far condannare alla pena di morte i congiurati. Nonostante l’orazione di Cicerone, Cesare riesce a spuntarla grazie a un’argomentazione basata sui concetti della filosofia di Epicuro: se l’anima è mortale, la morte sarebbe una condanna più lieve che la detenzione a vita.

Al di là della discutibilità o meno delle basi filosofiche, fa specie pensare che un pontefice, ovvero la massima autorità religiosa, riusca a trionfare pur portando ragioni che vanno in totale contrasto con la religione, come inutilmente sostenuto da Catone: “Se non erro [Cesare, ndr] ha sostenuto teorie false, ha dichiarato infatti di non credere a quello che si narra degli inferi, che cioè i malvagi andranno a finire, dopo la morte, in contrade diverse da quelle destinate ai buoni: contrade tetre, sinistre, incolte, spiacevoli”.

di Nicola Guarneri

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